Il funerale fu sontuoso e celebravasi appunto il giorno nel quale Giuliano, convalescente, per la prima volta affacciavasi alla finestra.

Il corteo funebre si avviava alla stazione, la salma dovendo essere inumata nel cimitero del paesello nativo.

La banda municipale romana che precedeva il feretro eseguiva una marcia straziante, tutta lamenti e gemiti di dolore... Al defunto, strappato dalla morte all’azione della giustizia, rendevansi solenni gli onori ufficiali, dovuti ai rappresentanti della nazione... Il carro riboccava di corone. Le notabilità parlamentari lo seguivano, poi lunga fila di carrozze signorili, fra due siepi di popolo, più attonito che curioso. Attonito per quelle onoranze rese all’accusato da dieci giorni in balìa agli spietati commenti della stampa, alle rivelazioni schiaccianti di fatti innegabili, ormai dall’universale ammessi e condannati.

— Chi è morto? chiese Giuliano all’onorevole Lastri che lo reggeva al davanzale.

— Un disgraziato! Un’altra vittima dell’ambizione, della sensualità, della megalomania... Vittima, ma colpevole, ha espiato colla morte... Invochiamo l’oblìo sulla sua bara...

— Ma, chi? Chi è?

— Fu il deputato De Respi.

— Morto? Come? Suicida?

— Forse. I medici dicono aneurisma; il pubblico replica veleno.

Giuliano ancor debole si ritrasse come impaurito dalla finestra e s’adagiò su d’una poltrona soggiungendo: