— E tu, Ettore, hai voluto spingere la cortesia fino ad alzarti a queste ore provinciali, per venire ad incontrarmi. Davvero sono dolente di averti prevenuto del mio arrivo. Tu, tu, nottambulo, alla stazione a quest’ora!
— Oh, non mi devi ringraziamenti. Soffro d’insonnia, abito qui, in via Cavour, e il diretto di Milano mi sorprende spesso sotto la tettoja della stazione, ove vado a bere il caffè mattutino. Venti centesimi d’ingresso e posso illudermi di essere a mille miglia da Roma. Tutte le stazioni di ferrovia si rassomigliano, e trovo modo, essendo a due passi da casa mia, di convincermi di essere lontano da Roma, colla scelta fra il Cairo e Pietroburgo, fra Parigi e Londra, fra Londra e Calcutta.
«Più o meno grandiose, più o meno pulite (quella di Roma è certamente la meno) più o meno animate, le stazioni si assomigliano tutte, come i carabinieri, i negri, i preti ed i cani barboni.
«Viaggio senza muovermi, colla imaginazione riprendo le mie peregrinazioni, nelle spire di fumo della sigaretta rivedo lontani orizzonti, rievoco i ricordi de’ miei viaggi, fantastico di spedizioni future... Quanti drammi, quanti idillî si rivelano all’osservatore nel via vai dei viaggiatori di una grande stazione! Il bel romanzo che potrei scrivere se scrivere sapessi!
Giuliano sorrise... Dopo breve pausa, fissando in volto il vecchio amico, come per assicurarsi che parlava da senno, tanto gli pareva mutato dall’antico gioviale tutore:
— Scrivere! Non sai scrivere tu, che conti volumi a diecine?
— Scrivere! E chi non sa scrivere? Altro è la prosa da me scodellata alle società geografiche, narrazioni di viaggi, statistiche, osservazioni geologiche, etnografiche, idrografiche... altro un lavoro d’arte!
«Se sapessi esprimere ciò che fantastico, comporrei certamente un capolavoro.
Ed arrestando l’amico sulla soglia dell’ufficio telegrafico, non avvedendosi della di lui impazienza, desioso com’era d’inviare subito il saluto alla sua Adele, Ruggeri, come se avesse continuato il monologo interrotto dall’arrivo del treno, soggiunse:
— Tutta la vita sociale moderna mette capo alla stazione di ferrovia. Veicoli i treni di idillî felici, di drammi strazianti, di romanzi pazzi, di gioje, di speranze, di disinganni e dolori infiniti, a tutta forza di vapore delle caldaje ad alta pressione, precipitanti nell’ignoto. Se Lesage tornasse al mondo, non farebbe camminare più come un gatto il suo Asmodeo, sui tetti scoperchiati; lo porterebbe là, sotto la tettoja di cristallo.