«Via, affrettati, guadagna il tempo che ti ho fatto perdere. Ti aspetterò laggiù, ai tavolini del caffè, sotto i portici... Vedi? Laggiù!

— Decisamente, Ettore non è piu riconoscibile, pensò Giuliano, mentre scriveva l’affettuoso saluto alla sua Adele.

Dopo brevi istanti raggiungeva l’amico sorseggiante distratto un gran bicchiere d’assenzio diluito nell’acqua.

— Come, ti sei dato a quel veleno? sclamò Giuliano scandalizzato.

— No, non allarmarti... Quando ho le idee tristi, l’assenzio le rasserena, ma non ne abuso. Col lotto, l’assenzio sostituisce per noi l’hascis degli orientali. Il lotto ti apre la speranza alle vietate ricchezze; nell’iridescenza opalina di un bicchiere d’assenzio, per poca imaginazione che tu abbia, puoi intravedere qualche cosa di meglio del paradiso di Maometto...

«Per altro, a te, felice, non consiglio tali rimedi eroici. Essi non valgono che per noi, veterani di una generazione del sentimentalismo morboso, figli di un secolo cominciato nel 1859, finito nel 1870. I tuoi vent’anni in meno ti mettono a riparo dalle nostre peripezie morali. Siete pratici voi; noi non siamo stati che dei sognatori.

«Colpa di Byron, di Musset, di Dumas e di cento altri sommi del secolo d’oro della letteratura francese. Tutta roba che voi disdegnate. Anticaglie! Per essere moderni bisogna parafrasare Orazio e Catullo.

«Eravamo de’ bohèmes e la maggior parte di noi ebbe il torto di rimanere tali. Voi siete nati nel secolo della ragione. Ci vogliamo bene, non ci comprendiamo!

Sì dicendo, quasi pentito della nuova espansione, stese con affetto la mano al giovane amico, che la strinse con effusione. Poi ravvedendosi:

— Tu non pigli nulla? Una tazza di caffè?