Ma il torto vero del sottoprefetto fu di non avere avuto fede nella Sinistra, e di aver cospirato contro, ravvedendosi soltanto all’inaugurazione del trasformismo di Depretis, il quale, sorpreso dalla morte, non ebbe il tempo di rimunerare degnamente il nuovo san Paolo, convertitosi, invero, un po’ troppo tardi al vangelo trasformista. Ora sperava nella stella di Giuliano.
Giovane, ricco, simpatico, munito, per di più, del titolo di conte, che non guasta anche in piena democrazia, abbastanza spinto per difendersi brillantemente in società, non abbastanza ingegno e carattere per osare di spiccar solo il volo nelle alte sfere.
Lo impensierivano l’avversione della contessa Adele per la politica e l’amore immenso da Giuliano nutrito per la sposa, la quale, o presto o tardi, nel duello fra l’ambizione e l’amore sarebbe rimasta vincitrice. Il sottoprefetto conosceva il suo uomo dagli occhî azzurri, l’incertezza personificata. Bisognava quindi distrarlo da’ suoi affetti di famiglia, eccitare in lui il sentimento della vanità, non abbastanza pronunziato.
Importante quindi, per sorvegliarlo da vicino, essere richiamato da Miralto a Roma, lasciando comprendere a Giuliano, che dalla capitale gli potrebbe essere assai più utile nelle future elezioni. Il sottoprefetto sapeva per esperienza che molti funzionarî si immobilizzarono, rovinando la propria carriera col rendersi necessarî nelle piccole località, nelle quali rimangono relegati in perpetuo per eccesso di zelo. Bisognava quindi instillare a Giuliano, perchè lo provasse al Governo, che la situazione del sottoprefetto di Miralto, dopo l’accanita lotta elettorale e le pressioni esercitate, era divenuta insostenibile. Una volta di ritorno a Roma, il sottoprefetto sentiva la forza di rimanerci e sognava già piantare l’asta negli uffici di palazzo Braschi, come il centurione romano sulle alture del Gianicolo.
Per ciò tutte quelle lettere. Lanciare la sua creatura nel gran mondo politico, ove avrebbe trovato sirene allettatrici, ove la vanità assopita si sarebbe risvegliata, facendosi egli, immeritatamente negletto, vivo a sua volta colle personalità politiche, raccomandando sè stesso colla presentazione del pupillo.
Un’altra preoccupazione del degno funzionario: la intimità affettuosa nella quale erano stretti Giuliano e l’ex deputato Ettore Ruggeri....
Un matto, uno scapato, un misantropo allegro, anomalìa ed anacronismo insieme, ostinantesi giovane a cinquant’anni; dimissionario alla Camera per protesta contro il viaggio di Vittorio Emanuele a Vienna. Ruggeri, intransigente, radicale, amico della famiglia Sicuri, dei parenti e degli amici loro, festeggiato come figliuol prodigo durante le sue rare apparizioni a Miralto, era pericoloso.
La prima battaglia era vinta; ma, ne rimanevano ben altre da combattere, anche senza tener conto del giudizio della giunta delle elezioni.... Un vero gioco di dadi!
E Giuliano, ben lontano dal sospettare di essere perno alle ambizioni del sottoprefetto Cerasi, appena liberato, diciamo così, quantunque egli non avrebbe osato confessarlo a sè stesso, appena liberato dall’importuna compagnia dell’amico Ruggeri, si affrettò a mutar d’abiti e ad ordinare una vettura di rimessa, convinto da buon provinciale che una semplice botte numerata lo avrebbe menomato.
Il sottoprefetto trionfava.