Bisognò attenderla tre quarti d’ora, la tanto desiderata carrozza; frattanto, impaziente, Giuliano percorreva a passi concitati i sei metri quadrati del salotto n. 11.
— Sono le dieci e tre quarti, ho dato ritrovo a Ruggeri per mezzogiorno; in causa del ritardo della maledetta vettura, non avrò tempo di far nulla!
«Finalmente! esclamò quando il boy in berretto gallonato venne ad annunziargli che la carrozza era pronta.
Un grazioso equipaggio. Meglio adatto ad una signora che ad un giovinotto, non monta! Livrea, finimenti, il legno, inappuntabili. Il cavallo, un bel bajo vigoroso, vivace.
Se Giuliano avesse potuto supporre che fino a jeri, da un anno, quella victoria era inevitabile in ogni angolo di Roma, ad ogni ritrovo pubblico, dal Corso a Villa Borghese, alle Capannelle, a Tor di Quinto, dal Pincio a Piazza San Pietro, a tutte le porte delle chiese aristocratiche, agli ingressi di tutti i teatri, sarebbe stato meno soddisfatto.
Equipaggio di una famosa orizzontale, il giorno innanzi salpata da Brindisi per Alessandria, confortatrice dello spleen di un diplomatico inglese, avrebbe poco lusingato l’amor proprio del neo onorevole, il quale, se l’avesse saputo, avrebbe certamente preferito la disdegnata botte numerata.
Poveri provinciali, che cosa possono sapere essi, appena sbarcati nel gran villaggio pomposamente intitolato la Città Eterna?
Inchinato dai due portieri sfolgoranti d’oro, da mezza dozzina di fanciulli in berretto e giubba gallonati, l’onorevole conte Giuliano Sicuri salì in carrozza gettando allo sbarbato cocchiere l’indirizzo del giornale l’Ordine: Via del Bivio.
Il bel bajo si spiccò al trotto serrato scendendo per breve tratto la Via Nazionale, infilando poi l’erta delle Quattro Fontane.
Una mattinata meravigliosa, vie superbe, l’azzurro denso, profondo, quasi cupo, del cielo di Roma, che può rivaleggiare vittoriosamente colle sorprendenti serenità di Napoli, un sole splendido, senza essere molesto; tutto ere festante in quella superba giornata; il cielo, la terre, gli abitanti.