Trent’anni, deputato, sessantamila lire di rendita, la più bella e la più amante delle spose, un bimbo deliziosamente angelico!
Non era una semplice vetture di rimessa la sua, ma il carro del trionfatore corrente rapido sulle ruote della fortuna per le sacre vie di Roma, dell’alma Roma, eccezionalmente popolose in quel mattino, tutto azzurro e luce. Giuliano si sentiva rivivere, come se uscito da una tomba. Lo afferrò al cuore un senso di pietà per gli sventurati, abitanti fra le nebbie della monotona Miralto.
Pensò di lasciarla per sempre, di richiamare immediatamente la famiglia.
— E quel Ruggeri! Sempre brontolone, sempre malcontento, aveva l’aria di rimpiangere la mia elezione. Decisamente invecchia! Invecchia anche lui, l’eterno giovane, e vorrebbe infondere negli altri i suoi rimpianti, le sue malinconie. D’altronde, perchè innamorarsi, il filosofo, alla sua tenera età?
«Vada lui, a Miralto, invece di voler costringervi gli altri. La sua dea è là; perchè rimanere in Roma?
«Povero Ettore! ripensò dopo un istante Giuliano, punto da rimorso per lo scatto di ribellione contro l’amico.
«Ma, alla fin fine, pensava, non era un sentimento perdonabile? Fra loro la distanza di venti anni, la più assoluta differenza di caratteri... E poi quel Ruggeri da qualche tempo era divenuto veramente insopportabile, vedeva tutto in nero, un malato di manìa persecutiva.
La victoria si arrestò al portone del palazzo del giornale l’Ordine.
Un redattore che stava ad una finestra degli uffici, riconoscendo il noto equipaggio, annunziò burlescamente ai colleghi la visita della contessa Silva, travestita da uomo, con mustacchi biondi. Tutta la banda, sfaccendata a quell’ora mattutina, fu alle finestre e Giuliano scese di carrozza, oggetto alle maligne spiritosaggini di tutto un pubblico giornalistico, ch’egli non avvertiva, nè sospettava.
La contessa Silva si era spesso recata all’Ordine, suo consigliere, complice, patrono ed avvocato il direttore in molti gravi affari e recentemente in un famoso ricatto contro una principessa romana dell’aristocrazia bianca. Si trattava di certe lettere fatte sottrarre dal figlio alla madre, al figlio pagate, parte in amore, parte in contante, e poi presentate, per la restituzione, col conto ingrossato di un centinajo di mila lire.