— E poi, soggiunse, ci tengo, onorevole, a presentarla io stesso al presidente del Consiglio...

Stavolta, Giuliano non potè trattenere una smorfia di disgusto.

Allorchè risalì in carrozza, la politica era molto in ribasso sulla bilancia delle perenni incertezze del deputato di Miralto. Non passò al Parlamentare, come aveva divisato, e la lettera scritta alla sua Adele, appena rientrato all’albergo, risentiva di quello stato d’animo. Uno scoramento infinito, simile a quello provato in ferrovia prima di giungere a Novi.

La notte mal dormita influiva sui suoi nervi, e l’impressione dell’incubo non era intieramente dissipata.

***

A chi conobbe Alfredo Ferretti, direttore dell’Odine, uomo abilissimo, consumato in tutti gli intrighi, esperto diplomatico all’occorrenza, il di lui contegno tenuto di fronte a Giuliano potrebbe sembrare strano, tanto più che spesso ambiva guadagnarsi gli uomini onesti colla simpatia. Ferretti non poteva illudersi sull’effetto prodotto nell’animo del suo nuovo pupillo, la nuova vittima abbandonatagli, piedi e mani legati, dal commendatore Cerasi.

Era calcolato! Ferretti, con un’affettazione esagerata di cinismo, volle prevenire tutto il male che sarebbe stato detto di lui al giovine cliente milionario. Passata la prima impressione, Giuliano, lo avrebbe trovato migliore della sua fama.

D’altronde, in quell’uomo audace c’era dell’amore dell’arte per l’arte, e qualche volta provava una specie di voluttà nell’atteggiarsi sotto il punto di vista peggiore. Potente, sentiva una soddisfazione maligna nell’umiliare i galantuomini, dei cui destini tanto spesso era arbitro.

Per l’uomo colpito dal pubblico disprezzo, eran vendetta e trionfo i rovinosi compromessi degli ambiziosi, ingenui o raffinati, che a lui facevan capo, guida inevitabile per forzare le consegne dei ministeri, per arrivare al cuore della insospettabile magistratura giudiziaria, su su, fino alla Corte di cassazione, al guardasigilli, per giungere ad intenerire gli alti controlli, la Corte dei conti, il Consiglio di Stato.

Per lui, il colpito, non una porta chiusa, non serrature abbastanza resistenti: dagli sportelli delle banche agli uffici dei giudici istruttori, ai gabinetti delle eccellenze d’ogni sorta e qualità, fin nella coscienza dei giurati. Munito di non si sa qual talismano, avrebbe fatto crollare le mura del più inaccessibile castello incantato, come già seppe aprire breccie perfin nelle muraglie dell’inviolabile Vaticano, il quale non sapendo sottrarsi ai di lui ricatti, aveva finito per arrendersi, preferendo amico, possibilmente strumento, un sì pericoloso avversario.