Fu allora che l’Ordine si atteggiò protettore della religione, avvocato di un modus vivendi, inattuabile, tra Vaticano e Quirinale. La clientela de’ sacerdoti non fu la meno numerosa e profittevole. Consigliere ascoltato in tutte le operazioni finanziarie, lo si additava cogli autori del crack vaticanesco; vittima la corte pontificia della crisi bancaria, nella quale fu travolta mezza Italia.

Ferretti, per quanto forte lottatore e calcolatore insuperabile, aveva finito per ubriacarsi della propria potenza; onde, l’eccessiva audacia, il supremo disprezzo di ogni riguardo, di ogni concessione alle apparenze, dirò meglio, di ogni impostura verso gli onesti o disonesti, deboli o potenti che a lui mettevano capo.

Avido di lucro, era il più abile cacciatore al biglietto di banca, coglieva i fogli da mille a volo, meglio di Buffalo Bill al galoppo del suo cavallo le palle di creta lanciate in aria.

Senza mischianza di sangue orientale, nell’audacia superava i più forti giuocatori semiti. Pazzamente temerario, in borsa aveva dieci volte ammassato cospicui patrimonî, con eguale rapidità disfatti. La rassomiglianza ebraica rivelavasi ancora nel suo sistema di lottare per la vita... per il milione; ai mezzi semplici preferiva i complicati e subdoli; alla via retta, la tortuosa, creando sovente ostacoli che non esistevano, per la soddisfazione, la gloria di superarli.

Nei primi anni di lotta, la lotta per la riabilitazione, aveva saputo anche spendere intelligentemente, a tempo. Creditore di una miriade di bohèmes, si era creato un ambiente, se non amico, benevolo, discreto, servile.

Non tollerava emuli; accettava alleati, sui quali lasciava cadere magnanimamente un po’ del riflesso della sua onnipotenza.

Un nemico odiato a morte, un uomo piccolo, come lui, che, come lui, aveva esordito dalla carcere, per motivi non politici, s’intende, il quale di venticinque anni più di lui attempato, e più di lui orientale, era completamente riuscito. Vittorioso sempre, sterminatamente ricco, potente senza vanità ed affettazione, eminenza grigia di tutti i governi di Sinistra.

Quell’uomo era l’incubo di Ferretti, il solo del quale avesse paura.

E poi, nelle ore tristi, quaudo la marea del disgusto gli saliva al cervello, per la coscienza della propria abiezione, in presenza di persone adorate, che avrebbe voluto mettere al livello morale di ogni onesta famiglia borghese, lo invadeva un sentimento di invido furore, nel vedere il nemico, l’odiato competitore, stimato e rispettato, additato come esempio di patriotismo disinteressato o sapiente.

Era la spina in cuore.