Ruggeri, ricordando tutto ciò, il misantropo Ruggeri ringiovaniva, e narrava con eloquenza commossa cose ed episodî cento volte raccontati a Giuliano quando questi, bambino, sulle di lui ginocchia, cogli occhi azzurri intenti, entusiasmavasi alle lacrime per i sublimi ardimenti di Garibaldi.
Servito il caffè ed il cognac, i solleciti camerieri discretamente si ritirarono... Sovvennero le ricordanze più intime. Nel benessere della digestione di un asciolvere eccellente, i gomiti sulla tavola, centellinando la fine champagne, alternata col fumo delle sigarette orientali, l’uno, il vecchio, discorreva entusiasta; l’altro, quantunque soggiogato dal fascino dell’eloquenza calda del suo interlocutore, freddo, riservato, meravigliava alla di lui foga giovanile. Concepito al tuonare delle artiglierie, ma ingrandito quando gli entusiasmi erano sbolliti, quando, riconquistata una patria, gli uomini assennati si apprestavano a divorarla, quando i fanciulli, credendo l’opera della redenzione compiuta, consideravano la politica mezzo ad accelerare la carriera, nuova carriera essa stessa, la carriera, sola preoccupazione della nuova generazione, sola meta, Giuliano meravigliava.
La fiamma del sagrificio si è spenta colle delusioni del 1866 e col facile trionfo di Porta Pia. L’uno era davvero l’uomo del passato; l’altro, educato alla scuola positivista, sarebbe stato del suo tempo, se la natura l’avesse meglio costituito per la lotta; alla lotta incapace per la fibra molle, per la gentilezza femminea degli istinti.
E Ruggeri, quasi fosse in tale ordine di idee, a soggiungere:
— Certo il patriotismo è un pregiudizio, municipalismo ingrandito, un pregiudizio di fronte al sentimento umanitario, che vorrebbe una sola famiglia nella umanità, una sola patria sul pianeta Terra; ma, per noi, era la nostra fede, era una religione, la sola nostra religione, co’ suoi profeti ed apostoli, i suoi martiri, i suoi eroi. Che cosa rimane di ideale a voi? L’amore? Anch’esso è mutato, spogliato del romanticismo sentimentale, un po’ mistico, nel quale noi l’avvolgevamo. Anche oggi si ama; anche oggi si muore d’amore, ma di Werther e di Jacopo Ortis non ne nascono più. Si ama altrimenti.
Giuliano avrebbe voluto soggiungere per provare che i Werther sono assurdi e ridicoli gli Ortis; rispettò il silenzio dell’amico, che, d’un tratto, si era taciuto, appoggiando il capo fra le mani, in atteggiamento di sconforto profondo.
Dopo un istante, Ruggeri, surto da sedere e passeggiando concitato per l’angusto salotto, rivoltosi sorridente all’amico:
— Sono un vecchio pazzo. Fortunati voi altri che non avete tante fisime per la testa. Più pratici, valete meglio di noi, incontentabili brontoloni... A proposito, sai che ora è? Le tre! Nientemeno. Tre ore a tavola al mattino, non c’è male; io ti lascio... A domattina, adunque: non dimenticare la colazione a Belvedere.
Giuliano, rimasto solo, scotendo il capo mormorò:
— Povero Ettore!