Dopo quindici anni la piccola città aveva subìto ben pochi mutamenti: le vie intatte; perfino i cartelli e le vetrine delle botteghe immutati; non così gli abitanti, invecchiati o morti; i fanciulli erano diventati uomini, i vecchî non erano più, sostituiti da altri, alla partenza lasciati nel fiore dell’età.

Anche i parenti della sua povera morta avevano raggiunta la loro diletta al cimitero, e la nota, la cara casetta, era abitata da nuovi inquilini, sconosciuti.

Il piccolo Giuliano ormai aveva venticinque anni, dei conti Sicuri ultimo rampollo.

Ettore non aveva riconosciuto nel giovinotto elegante il biondo fanciullo; questi, a sua volta, a fatica ricordò l’amico suo, lo zio d’adozione, che l’aveva colmato di dolci, di giocattoli e di carezze.

Straniero in patria, Ettore, si sentì afferrato da indicibile malinconia, ed un mattino, soffocato dai ricordi, volle recarsi al cimitero per visitare la tomba della giovinetta, sì dolorosamente e sì lungamente rimpianta. Un nuovo disinganno! La pietra sepolcrale, bagnata da tante lacrime, cosparsa di tanti fiori, non esisteva più. Gli eredi non avevano curato di acquistare il terreno in perpetuo e le misere spoglie eran state gettate nella fossa comune.

Altra tomba, di altra fanciulla, sorgeva a quel posto, da altri nuovi fiori, da altre nuove lacrime bagnata.

Ettore Ruggeri, ospite di Giuliano, rincasò malinconico sino al suicidio, confidò al giovane amico la desolazione dell’animo suo, e questi, nell’egoismo della giovinezza felice, per contro gli narrò il suo amore, le sue fidanze colla giovinetta Adele, che presto, fra un anno, avrebbe sposata.

L’amante, nella piena della gioja, non pensava quanto amaro doveva essere il contrasto della propria felicità collo sconforto dell’amico.

Una esistenza che incominciava fra le più ridenti promesse; l’altra che finiva nella solitudine, senza speranze, senza scopo.

— Ti presenterò alla mia fidanzata. Domani, San Giovanni, è l’onomastico della sua mamma; avremo una festicciuola di famiglia, sarai dei nostri... Non sei tu il mio zio? Non ti chiamavo così, quand’ero piccino?