— Sono quasi quindici anni... a dicembre, alla fine di dicembre.
— Non è bello rimanere tanto tempo assenti dal paese nativo.
— Che ci facevo? Non avevo più alcuno. Pochi amici, nessun parente. Giuliano era un bambino...
— Più nessuno? Nessuno? Tutti morti i suoi parenti?
— Tutti!
Ed Ettore fissò lo sguardo nei profondi occhî della fanciulla, quasi per indagare se quella domanda avesse un’intenzione recondita; come per indovinare se sapesse.
Stella, non sapendo reggere alla fissità dello sguardo di Ettore, abbassò gli occhî arrossendo.
Con Adele si erano allontanati dal crocchio delle signore e signorine; silenziosi s’avviarono al parapetto del giardino pensile dominante il Ticino, indovinato appena nell’oscurità dai guizzi lucenti delle limpide e rapide acque, dal mormorìo della corrente. Furono raggiunti da Giuliano:
— Che ne dici, Ettore, della nostra festicciuola? Non sono le feste dei saloni di Roma; ma il Ticino vale il Tevere.
— Oh! di tanto più limpido, se non egualmente glorioso.