Spiccato un salto, agile come capretto, sparì infilando il gran viale, tutto luce e colori, illuminato com’era da miriadi di palloncini.
Ettore, ritornando al parapetto, nel punto più bujo per non essere veduto, nè importunato, i gomiti appoggiati sul davanzale, stette lungamente, lo sguardo perduto nell’oscurità.
— Quale rassomiglianza!
Mezz’ora dopo era ancor là, fissando il bujo. Giuliano venne a chiamarlo.
— Vieni, perdio; ti si cerca dappertutto, e la signorina Gabelli dice che sei ripartito per la Patagonia.
— Ah, ci pensavo! Ho la nostalgia degli oceani... l’Atlantico e il Pacifico, che al capo Horn si confondono; ed in presenza del nostro minuscolo Ticino, bello, limpido come un ruscello da giardino, penso con rimpianto alle rapide furibonde del Rio Negro, alle terribili burrasche dello stretto di Magellano...
— Non è cortese per le signore di Miralto, il preferir loro le patagone. Se lo sapessero, ti caverebbero gli occhi!
La fredda brezza aveva spopolato il giardino, gli invitati si erano raccolti negli appartamenti. I palloncini andavano man mano spegnendosi; i pochi rimasti accesi, agonizzando, mandavan sprazzi intermittenti di luce. Dall’interno il pianoforte intonò un valzer, e dal giardino ormai oscuro, distinguevasi la ridda dei danzatori sfilanti dietro le aperte finestre del salone.
— Presto, presto! disse Giuliano. Ho impegnato il primo ballo coll’Adele.
Affrettarono il passo; ma, impaziente, Giuliano prese la corsa, piantando l’amico per raggiungere la fidanzata, che l’attendeva al limitare del vestibolo, sull’ultimo gradino della scalea del giardino. I due giovani sparirono per confondersi colle coppie danzanti nella sala.