— Senta com’è intriso.
Le loro mani s’imbrogliarono daccapo, ed Ettore, incosciente, portò alle labbra la gentile, fredda manina della bimba, che lasciò fare, mentre colla sinistra spiccava un ramoscello d’alloro porgendolo ad Ettore.
Ritornarono, non più correndo, lentamente, tenendosi per mano, senza pronunziare parola. Giunti alla scalea, Stella la salì in due salti, e nel salone si confuse fra le amiche. Ettore, riposto il ramoscello, salì al vestibolo... Scorgendo la giovinetta:
— Com’è bella e pallida... L’altra! Ada! La morta!...
***
Questo il secondo, l’ultimo romanzo di Ruggeri, ricaduto in piena teoria della perpetuazione dell’io, la teoria dell’identità umana. — No! non era un secondo romanzo; la continuazione del primo, del romanzo giovanile.
Tale fede era piuttosto allo stato di superstizione, non mutando per nulla le di lui convinzioni filosofiche e scientifiche. Un’aberrazione, lo sapeva; pure, in tale aberrazione si cullava volontieri... Ed ormai anche la giovinetta, convinta di aver ricordi d’oltre tomba, rimembranze vaghe di una esistenza precedente, riamava il suo Ettore, come se la morte non avesse interrotto il loro primo idillio; lo riamava, come se egli non fosse invecchiato di quindici anni ed essa di tanto non fosse ringiovanita.
Cinque anni dopo il loro incontro, troviamo Stella a Miralto, Ettore a Roma.
Perchè quella separazione?
Perchè egli, comprendendo tutta la follìa di un amore in tanta sproporzione di età, fuggiva. Infelice nella giovinezza, primavera della vita; infelice nell’autunno.