Una tomba li aveva uniti nella superstizione comune; le esigenze della vita sociale, le stesse leggi della natura li separavano.

— Fra dieci anni, Stella, che ne ha venti, sarà in tutto lo splendore della sua bellezza; io... io, sessantenne. Un vecchio!

Il sacrificio di entrambi.

Questa la ragione dell’esclamazione di Giuliano, quando i due amici si separarono, dandosi ritrovo per il mattino seguente.

CAPITOLO VII. A Belvedere.

Chi sale la dolce erta di Monte Mario, il più elevato dei colli romani, a mezzo del cammino per giungere alla chiesa, dalla pietà di un De Rossi eretta alla Madonna del Rosario, incontra un edificio a foggia di chalet.

È la trattoria del Belvedere, scelta da Ruggeri per la colazione offerta all’amico Giuliano.

Il nome di Belvedere non mente; dalle terrazze dello chalet si svolge superbo il panorama di Roma; dal Monte Pincio a Monte Cavallo, da Piazza del Popolo al Colosseo; la città Leonina, la mole Adriana, il Tevere, il Gianicolo, San Pietro, il Pantheon, il Campidoglio, Sant’Onofrio, sacro alla memoria dell’infelice poeta della Gerusalemme Liberata, martire dell’amore... L’intiera Roma; e, da lungi, i monti Albani, in tutto lo splendore di un dolce meriggio autunnale... L’estate di San Martino del Lazio, indescrivibile nella luminosa limpidità delle sue tepenti giornate.

I due amici si assidevano al desco, appunto quando il cannone di Castel Sant’Angelo annunziava alla città ed al mondo il mezzogiorno... quello di Roma, non ancora germanizzato dal compianto Genala.

La loro passeggiata era stata taciturna. Giuliano aveva troppe impressioni da nascondere ad Ettore, delle visite del giorno precedente, per non guardarsi dalle espansioni; dal canto suo, Ettore era assorto ne’ ricordi evocati, non solo dalla presenza di Giuliano: da una lettera, una dolcissima lettera datata da Miralto.