Entrambi, la mente ingombra, avevano segreti da guardare.

A colazione servita, la conversazione cominciò ad animarsi. Ruggeri nella sua qualità di anfitrione sentiva il dovere di distrarre il giovane amico, pur non rendendosi conto delle ragioni della di lui taciturnità.

Suppose benevolo che la preoccupazione di Giuliano fosse causata dalla lontananza de’ suoi cari e lo invidiò.

La famiglia!... L’amore nella famiglia!

Il sogno, vagheggiato nelle notti solitarie, nelle tristezze quotidiane dell’esistenza di vieux-garçon. Ed era con affetto quasi paterno che Ruggeri tentava diradare la supposta malinconia di Giuliano. Il soggetto alle distrazioni non mancava. Roma ai loro piedi, tremila anni di storia dell’umanità.

Roma, grande non solo per le glorie antiche, per ciò ch’è pur sempre. Non la Roma villaggio, sede di una dinastia transitoria, di un governo anomalo, la terza Roma ingombra delle rovine dello recenti crisi edilizie e bancarie, rovine materiali, morali e politiche; la Roma dei papi, capitale della cattolicità... immensa quasi quanto il mondo civile.

Roma Cosmopolis!

La Roma del Vaticano e di Propaganda Fide, la Roma dei credenti, la Città Santa dei pellegrini, l’Urbs dalla quale un vegliardo lancia dogmi indiscutibili e crea santi, nuove divinità da gran parte dell’umanità adorate. Roma sopravvissuta a Bisanzio, la Roma del papato ancor più vitale per la prigionia volontaria de’ suoi pontefici.

— No! no! caro mio, soggiungeva Ruggeri alle obiezioni ottimiste di Giuliano. L’occupazione di Roma, prima dell’avvento di una democrazia federalista al potere, fu una sventura, un errore necessario, inevitabile, fatale; ma un errore. Tentare poi di risuscitare la romanità e di eguagliarla, diceva Ettore additando l’embrione del colossale monumento a Vittorio Emanuele, dominante da Ara Cœli il Campidoglio, è follìa. La romanità è ben morta coll’ultimo dei tribuni, Cola da Rienzo, sublime illuso; la romanità l’hanno lapidata gli ultimi quiriti.

«Di romano, in questa grande necropoli, non rimaneva che il solo Pasquino; il proconsolo mutilato di Palazzo Braschi esulò, per farsi giornalista sabaudo a Torino, esulò venticinque anni prima della breccia di Porta Pia.