«Ove fallì Michelangelo, il quale di grande in Campidoglio lasciò soltanto ciò che non era suo, la statua di Marco Aurelio, potevano trionfare gli architetti di Quintino Sella e di Agostino Depretis? No! Roma antica fu troppo grande, troppo grandiosa la Roma de’ papi, perchè la Corte di Torino potesse accettarne l’eredità.

— La Corte... la Corte di Torino, è l’Italia ch’entrò in Roma per la breccia di Porta Pia! sclamò Giuliano impazientito.

— Te lo concedo... Ma, ti pare che il nuovo piccolo popolo possa gareggiare colle schiaccianti memorie?

«L’Italia in Roma è il Capitan Fracassa di Gautier nel castello diroccato degli avi.

«E poi, troppe rovine da abbattere a nostra volta, millenarie anch’esse, solide esse pure quanto il travertino del Colosseo, rovine, ostacoli, dei quali l’Italia nuova non si rese conto. Quanti miliardi di formiche, quanti secoli per demolirle nel mondo intiero?

«E quale nuova divinità opporrete alla divinità imperante?

«Quale il mito che sorgerà dalla crisi celeste sugli altari abbattuti?

«Perchè gli uomini sono così fatti: eternamente in rivolta, non sanno vivere senza padroni in terra, senza miti nelle nuvole.

— lo non ti riconosco più! sclamò Giuliano scandalizzato. Ragioni come l’arciprete di Miralto, che sostiene l’immortalità della Chiesa.

Ruggeri sorrise e mescendo nel bicchiere dell’amico: