«Nell’atrio superiore vi è la statua di Pompeo ai cui piedi fu trafitto Cesare. Severa nella sua nudità, è gigantesca in confronto del piccolo mondo ch’essa regge nella mano sinistra. Simbolo della potenza romana, che ne rimane ora?... Poche rovine mutilate!
«Sai come si chiama la strada che abbiamo percorsa per recarci qui e rifaremo tra poco? Via trionfale! niente meno! Quale irrisione! Nell’abbandono in cui è lasciata, presto non sarà neppur più fiancheggiata dai radi alberi, non mai sostituiti.
«Certo, se è caduto l’impero romano, se dopo sei secoli di lotte gloriose è caduta Bisanzio, anche il papato dovrà cadere, ed il cattolicismo finirà, come tutto deve finire. Ma, quando?
«Quante dinastie, quanti imperi si saranno spenti, quanti cataclismi politici e sociali saranno avvenuti? Avverandosi anche la profezia di Napoleone I, di un’Europa cosacca, credi tu che la fede dei trecento milioni di cattolici muterebbe?
«Ti ripeto, la lotta dell’Italia contro il papato è ineguale; noi siamo a disagio in Roma, e lo sfacelo dei nostri ordinamenti è in gran parte prodotto dalla convivenza delle due sovranità incompatibili.
«Abbiamo risanata l’aria coi lavori del Tevere, colle bonifiche dell’Agro, coi nuovi infelici edifizî; ma la Roma papale è deleteria per tutti i poteri civili. Roma papale uccide la monarchia. La malaria ci appesta.
«Il papato coll’Italia può forse conciliarsi; colla dinastia, finchè sventolerà la croce sabauda dal palazzo apostolico del Quirinale, impossibile. Il non possumus di Pio IX è di granito.
— Io non mi ci raccapezzo, sclamò Giuliano. A quale conclusione vuoi venire? Anche tu vorresti abbandonare questa bella, gloriosa Roma?
— E chi ti ha mai detto ciò? Abbandonarla! Quasi che Roma fosse un galleggiante, che il Tevere potesse trasportare in pieno mare. Roma è Italia, è il cuore d’Italia e nessuno la porterà via.
«Noi, giacobini per atavismo, non sappiamo far distinzione fra Stato e Patria. Una confusione sacrilega fra Patria e Governo.