— Domattina, inutile svegliarmi... Troverete sul tavolo una lettera ed un telegramma; bisognerà spedirli subito... Presto, chè la lettera possa partire col primo treno. Per il caffè chiamerò io.

Il cameriere s’inchinò e sparì discreto come ombra. Giuliano, riletti alcuni brani delle care lettere, sorseggiato il caffè, centellinato il cognac, si dispose a scrivere:

«Adele mia!

«Così ti desideravo. Le tue lettere mi rendono felice. Anche tu hai compreso che altri doveri incombono ad ogni cittadino, oltre quelli della famiglia; altro affetto dobbiamo nutrire, del quale l’amore non deve, non può essere geloso... l’amore di patria...»

Giuliano sostò; punto soddisfatto dell’esordio, lacerò il foglio, mormorando:

— La deputazione mi dà sullo stile. Scrivevo ad Adele un proclama elettorale... La patria c’entra come i cavoli...

Si rimise all’opera:

«Mia cara Adele.»

Stette colla penna sospesa senza scrivere altro; meditava distratto, il pensiero batteva la campagna, i fumi di Montecitorio gli ottenebravano la mente, i personaggi conosciuti nella giornata gli sfilavano innanzi come se riflessi dalla lente d’una lanterna magica; l’invito del duca d’Ermida, le promesse, le cortesie degli uni, i progetti di altri, i brindisi del banchetto...

Quando, una diversione inattesa mutò d’un tratto la corrente de’ suei pensieri.