Poco lungi dall’albergo, in via Torino, le melodie d’una serenata di mandolini e chitarra, accompagnanti il canto un po’ gutturale di un tenorino, delizioso nelle inflessioni delle mezze voci, strazianti per l’accento di profonda, dolce malinconia. Uno stornello che pareva lamento: la distanza ammortiva lo stridulo degli strumenti e l’aria fredda della notte serena vibrava soavemente al canto innamorato.

Giuliano, aperte le imposte, si affacciò per intender meglio. Gemevano discreti i mandolini; il tenore cantava:

Fiore di spino:

Più furgida tu sei, più d’una stella,

Più candida tu sei d’un girsurmino...

e nel profondo silenzio notturno, l’eco luminosa dei taciti astri; alle vibrazioni del canto romanesco sposavansi le vibrazioni di luce del cielo stellato. Un bisbiglio di voci sommesse, il rumore di imposte chiuse, i passi lenti de’ serenanti che s’allontanavano. Nel lontano, come ultimo saluto, ancora una nota squillante del tenorino, una nota prolungata d’addio, poi il silenzio.

Il freddo intenso costrinse Giuliano a ritrarsi dalla finestra. Mezzo intirizzito si rimise al tavolo:

«Mia cara Adele,

«Più furgida tu sei, più d’una stella,

Più candida tu sei di un girsurmino...»