Preso pretesto dalla pioggia, ripassò sotto le note finestre, senza sorprendere neppure il fremito di una cortina. Era invero una ben triste giornata! di quelle che i felici abitanti dell’Italia meridionale conoscono per eccezione.

Tempo inglese! Un fitto nebbione avvolgeva la valle del Po, dalle falde delle Alpi a quelle dell’Appennino. Oh, la immensa tristezza delle lugubri giornate, senza orizzonte, senza un lembo d’azzurro, senza raggio di sole. Giornate da spleen, da sospiri, da lacrime. Gli abitanti delle grandi città, nel loro lavorìo senza posa, non hanno il tempo di avvedersi del tempo che fa... Piove? Pigliamo l’ombrello!

Nella farragine degli affari, dei piaceri, se non si tratta di gite alla campagna, di garden-party, di corse, di partite di caccia, le variazioni atmosferiche non contano... Gli amanti felici si amano meglio nella penombra nebbiosa che li isola dal mondo esteriore. Felici col bel tempo e colla pioggia. Il loro cielo, tutto d’azzurro, se lo portano seco, i loro orizzonti, finchè si amano, sono con tutti i tempi sereni. I gaudenti anticipano le emozioni della vita notturna nei loro rovinosi ritrovi. D’altronde, la poesia della nebbia e della pioggia non l’ha inventata Ossian; essa esiste, è reale, vera. Nulla di più lieto di certe piovigginose giornate autunnali, passate nell’affettuosa intimità della famiglia, raccolta intorno all’ampio camino patriarcale, nel quale arde l’enorme ceppo attizzato dal babbo, che distratto lo martella insistentemente colle molle, mentre la massaja si dà attorno affaccendata, instancabile, e la vecchia nonna narra ai bimbi intenti le tradizionali panzane, e i bracchi stesi a terra dormenti, col muso fin sugli alari, sognano caccia, abbajando sommessamente dietro una selvaggina imaginaria, e il grillo stride, rallegrato dalle vampe e dai tepori del focolare. Nei castelli aristocratici e nell’aristocratico salotto cittadino della signora, hanno pure il loro fascino quelle giornate, che per eccezione costringono i fortunati al calmo raccoglimento domestico.

Ma per chi ha una spina in cuore, per coloro che soffrono nell’abbandono, per chi trepida nelle incertezze angosciose sul destino dei cari lontani, pel viaggiatore attristato dall’amarezza degli addìi, la mestizia è raddoppiata dalle tristezze della natura.

In quella giornata da sospiri e da lacrime, più cupa la desolazione della contessa Adele, più tormentosi i presentimenti ed i vaghi terrori del conte Giuliano, il quale, rapido, come travolto dall’uragano, s’allontanava dalla nativa Miralto, dalla sposa e dal bimbo adorati, precipitando a tutto vapore nell’ignoto che attendevalo a Roma.

CAPITOLO II. Finalmente solo!

L’onorevole Giuliano Sicuri al partire del treno stette lungamente allo sportello, sventolando egli pure il fazzoletto; quando la stazione di Miralto scomparve allo sguardo, dileguandosi nella nebbia, rialzato il cristallo, si lasciò cadere affranto sul sedile, sclamando:

— Finalmente solo!

Poi, come punto da rimorso, soggiunse:

— Povera Adele!