Si coricò senza speranza di dormire, ad onta della stanchezza.
Il pensiero della vicinanza della fanciulla adorata gli impediva il sonno. Gli sembrava impossibile che una voce arcana non l’avesse avvertita del suo arrivo...
— Il cuore deve averle detto ch’io son qui... a pochi passi da lei.
E tendeva ansioso l’orecchio nella illusione di una voce che lo chiamasse.
Balzò ripetutamente onde affacciarsi. Il silenzio e l’oscurità erano profondi.
La corda sensibile del cuore di Stella non aveva vibrato, i presentimenti erano rimasti muti, la giovinetta dormiva inconsapevole dell’arrivo dell’amico.
Forse la facoltà di sperare si era attutita nelle lunghe attese sempre disingannate; le illusioni, farfalle dorate che allietano i sogni della giovinezza, non svolazzavano più intorno all’origliere della fanciulla, più spesso bagnato di lacrime, che confidente di ridenti speranze.
Ettore, febbricitante, a poco a poco cadde in preda a sopore quasi simile al sonno. Sognava ad occhi aperti; gli oggetti che lo circondavano, rischiarati dalla luce fioca della candela, sonnolenta anch’essa, assumevano aspetto e forme di esseri fantastici. Le cortine, le tende, i mobili gli sembrava si agitassero muti agli sprazzi intermittenti di luce. Le ombre si allungavano e si ritraevano a seconda delle agitazioni della fiamma rossiccia.
L’imaginazione di Ettore, non guidata dalla ragione, evocava bizzarra società di personaggi, viventi e defunti, come gli abitatori delle tombe, silenziosi.
Stella e la Morta, nella loro assoluta identità, stavano incurvate sul suo capezzale simmetricamente atteggiate, pallide nei candidi abbigliamenti, come due ombre raffigurate nel marmo bianco dallo scalpello dello scultore, piangenti su di un sepolcro.