Egli sentiva il loro alito carezzargli il viso; gelido quello della morta, caldi, voluttuosi i sospiri della rinata.
Tutto un mondo all’intorno di esseri umani, atteggiati e tratteggiati come i dannati nelle tenebrose scene infernali di Gustavo Dorè.
Tutti gli episodî dell’avventurosa esistenza di Ettore eran ricordati da quei fantasmi. Fantasmi di persone care o indifferenti, di conoscenti e di ignoti, tutti, a guisa di automi, silenziosamente gesticolanti.
Poi, come nei quadri dissolventi di una lanterna magica, confondentisi insieme... poi un incendio... poi nulla. Passato l’accesso di febbre, il sonno profondo senza sogni.
Al mattino, quando Ettore fu svegliato dell’insistente bussare di un importuno all’uscio della sua camera, non sapeva rendersi conto della realtà, che nella sua mente si confondeva alle visioni notturne; gli parvero sogno la partenza da Roma, gli episodi del viaggio, la propria presenza a Miralto, le rivelazioni del cameriere, come sogno erano stati i fantasmi della febbre.
La camera d’albergo, vasta e nuda, era inondata di luce; i raggi di un sole splendido vibravano giulivi tutto intorno, allietando ogni cosa.
Un soffio di tramontana aveva spazzata la nebbia.
San Martino aveva vinto la battaglia contro il precoce inverno usurpatore, e l’estatella, sacra al santo guerriero, brillava di splendori primaverili... ultimi bagliori dell’anno morente.
— Onorevole Ruggeri, gridava il cameriere dietro l’uscio socchiuso, il commendatore Cerasi chiede di lei. Gli abbiamo risposto che ella dormiva... Volle assolutamente ch’io venissi a svegliarla.
— Hai fatto bene! Di’ al commendatore che pazienti qualche minuto. Il tempo di vestirmi.