Il tono secco, reciso, sprezzante di quella replica turbò il fine burocratico, che perdette per un minuto le staffe. Si riebbe subito, e riprese:
— Si sbaglia, onorevole. Il conte Sicuri non è partito. Fui io a telegrafargli che, ormai, la di lui presenza a Miralto era più che inutile, perchè si sarebbe prestata a nuovi commenti, a nuovi pettegolezzi.
«Sventato il duello, il di lui intervento avrebbe dato maggiore attendibilità alle calunnie.
— Calunnie pagate coi fondi segreti di palazzo Braschi! replicò interrompendo vivacemente Ettore, alzatosi in atto di congedarsi.
— Signor Ruggeri, sclamò grave l’imponente funzionario... Ella, male informata, vien meno alla consueta cortesia. Non sono venuto per confessarmi e neppure per giustificare la mia condotta, bensì per informarla dell’accaduto, nell’interesse di un amico comune. Batta, ma ascolti, riprese sorridendo, onde tentare di dar indirizzo più cordiale alla conversazione.
Ettore si sentì vinto dalla calma del suo interlocutore. Sorrise a sua volta, e rimettendosi a sedere, soggiunse:
— Parli! Ascolterò senza battere.
— Così mi piace. Entro quindi in argomento senza preamboli. Ella ha letto l’ultimo numero del Ventriloquo: informato da una sola delle parti, è male informato, quindi deve essere prevenuto contro l’altra, che sono io. Ahimè! La guerra non si fa senza armi omicide; così la politica non si può fare senza servirci di istrumenti dai quali i gentiluomini rifuggono, senza ricorrere a mezzi poco confessabili.
«Gli avversarî non hanno nulla di sacro; come mai il Governo, a sua volta, potrebbe opporre armi cortesi agli agguati di ogni sorta e di ogni momento?
«Le spie, i confidenti, suprema necessità nella monarchia come nella più liberale delle repubbliche, non abbiamo bisogno di cercarli. Si propongono.