«Non io ho corrotto quel miserabile di Della Giovine; si offrì spontaneamente nel caldo della lotta elettorale. Gli avversarî corrompevano o convertivano gli impiegati nostri, i nostri agenti, fra i quali hanno legioni di aderenti; il Governo non avrebbe dovuto difendersi? Se l’eccesso di zelo di quel giornalista di ventura ha nuociuto a qualcuno, fu a me, non ad altri. Perchè, mentre tutti sanno che i governi stipendiano spie, mentre a tale uopo i Parlamenti votano fondi segreti, che non sono un segreto per nessuno, quando se ne scopre una tutti gridano al sacrilegio, alla immoralità. Come presso gli Spartani, il furto non era vietato, ma punito il ladro colto in flagranza.

«Le vittime siamo sempre noi funzionarî, capri espiatorî anche delle colpe non nostre, ma del sistema. Havvi un solo governo che potrebbe reggersi senza polizia segreta? senza agenti nei campi nemici?

Il sottoprefetto, compiaciuto della sua dimostrazione, allungò le gambe che lo imbarazzavano, si lisciò la barba ed attese la risposta con aria soddisfatta.

— Sarà come ella dice. Ma certo non è nè ammissibile, nè perdonabile che i denari dei contribuenti siano spesi per calunniare i galantuomini, per insultare donne, per vituperare le autorità.

— Spero non vorrà credere che io sia stato l’eccitatore della trista polemica. Pur troppo gli arnesi dei quali qualche volta siamo costretti a servirci, ci pigliano la mano. Ammonii spesso il Della Giovine ad essere più misurato; egli si sentiva sospettato dai colleghi che tradiva, e per dissipare i dubbî eccedeva in violenza. L’imbecille attaccò anche il mio segretario, al quale, conosciuto l’autore dell’articolo da noi deplorato, fu facile, negli uffici miei, per le indiscrezioni di qualche altro impiegato, sapere ch’esso era inscritto sul libro nero dei confidenti. Guglielmi, invece di chiedermi consiglio, aggravò lo scandalo provocando la catastrofe. Fortunatamente il male non viene tutto per nuocere. L’onorevole Sicuri può consolarsi, pensando che il Ventriloquo, che gli diede tanto filo da torcere, ha finalmente cessate le pubblicazioni.

Il sottoprefetto tacque, in attesa di una replica; ma Ruggeri, che si era imposto di non trascendere, continuava a stuzzicare colle molle il ceppo ardente nel caminetto... Il sottoprefetto fu costretto a continuare nelle confidenze. Ormai, era davvero una confessione, colla riserva però di dir solo ciò che gli sarebbe convenuto.

— A lei posso dirlo, a lei momentaneamente ritirato dalla politica attiva. Crede che l’elezione del suo amico sia stata cosa facile? Dovevo lottare contro tutti e tutto, specialmente contro il mio candidato stesso; contro le titubanze, le incertezze, le timidità sue, gli scoraggiamenti. Ad ogni attacco, ad ogni fischio, ad ogni dimostrazione, ad ogni opposizione nelle assemblee elettorali, si sentiva perduto e dichiarava di voler rinunziare alla lotta. Ed io a sorreggerlo, a stimolarlo; ma la mia influenza era spesso, troppo spesso, vinta da ben altra: da quella della contessa, che non voleva saperne della deputazione di suo marito.

«Il conte Giuliano ha gli occhî azzurri, d’un azzurro speciale, ed io su quegli occhî ridenti e piangenti insieme, dallo sguardo vago e timido, ci ho la mia teoria. Una lunga esperienza degli uomini mi ha edotto su quella qualità di occhî. Timidità, indolenza, incertezza. Tre qualità negative, fatali!

«Ho avuto torto! Ma, d’altronde, continuò il commendatore, come se parlasse a sè stesso, non avevo la scelta!

«Quante contrarietà in questa lotta elettorale! Per fortuna avevano inventato i legalitari: presentai il mio candidato come radicale ai repubblicani, come conservatore ai moderati, come ministeriale ai ministeriali, come monarchico ai clericali, che non sono quelli di Roma: i nostri sono moderati dinastici... Abbiamo vinto; ma non è finita. Ora siamo davanti alla giunta delle elezioni; processo di esito sempre incerto. Se sopravvenisse una crisi, che Dio noi voglia! tutto il nostro lavoro andrebbe all’aria, come un castello di carte ad un soffio di vento.