Abitai in cucina, e se dovessi narrarti tutto quello che vidi colà, perderesti l’appetito. — Io vado molto cauto nel giudicar male, epperciò ti faccio una confidenza, ma colla più gran riserva. Ti dissi che la moglie del colonnello passava il tempo in cucina, ma dal tuono confidenziale che teneva col servo, parvemi di aver scoperto il perchè della preferenza che dava a quel luogo; servo e padrona quando erano soli si trattavano col tu. Non ho altra prova, ma parmi che essa ponga sufficiente dubbio anche sulla virtù delle brutte.

Mi fermai poco anche là, ed un giorno passai dal servo ad una erbivendola, e da questa nelle mani di un soldato. — Il mio domicilio era una caserma di fanteria. — Fra la gioventù mi trovo sempre di buon grado, ma i soldati mi fanno compassione. Io ti credo esente da questo tributo, e me ne rallegro teco; sventurati quelli cui tocca! giacchè tu non sei nel caso, evito di funestarti con un racconto che ti sarebbe disgustoso.

Errai per mille mani, perchè fui giuocato continuamente; il gioco è la più istruttiva occupazione a cui si dedicano quei giovinotti costretti a marcire fra le sucide pareti di una camerata. — Quello che so dirti si è che non mi ricordo di essere mai stato tanto malmenato come in caserma; mi buttavano in aria dalla mattina alla sera, ed a forza di urti e confricazioni perdetti alquanto di quel color verde che mi distingueva.

Anche di là un giorno ebbi la consolazione di andarmene. — Per mezzo di un capitano fui portato al caffè, e passai poscia in mano d’un grasso canonico che mi accolse in casa sua.

A dirti il vero, io aveva buon concetto sui preti in generale, e non comprendeva il perchè tanti se la prendessero così amara con essi. Ma ahimè, ogni giorno che passa ci lascia una delusione, e dovetti pur troppo convincermi che c’è fondamento in tutto. —

Il canonico mio nuovo padrone era un cane senza cuore, ed avrebbe lasciato perire il genere umano piuttosto che regalare un bicchier d’acqua. Non aveva sensibilità che per la tavola, la cantina e la serva: la trinità c’è tutta. — Io non tengo gruppo in gola, e bisogna che ti dica quanto sdegno mi suscitò la vista di un reverendo che si abbandonava a siffatte sregolatezze... Tiro avanti perchè il pudore mi fa venir rosso. Capirai che io soffriva stando in quella casa, e mi arrabbiava maledettamente, tanto più che alla sera convenivano colà varj altri pretacci, i quali parlavano sì malamente da far vergognare l’Aretino. —

Se la religione e la morale vi sono inculcate da costoro, ne avrete certamente un bel frutto, poveri mortali.

A buon diritto io era stufo di starmene in quella casa, ed aspettava una buona occasione per andarmene; non tardò a presentarsi. — Un mattino mentre il canonico disponevasi ad uscire, si sentì una scampanellata alla porta; la Perpetua era fuori per la spesa e toccò al padrone d’aprire.

— Abita qui il canonico B?... chiese una voce di ragazza.

— Sì, carina, che vuoi?