— La portinaia del convento delle Carmelite le manda questo cesto a nome della madre superiora... è frutta fresca.
— Grazie, piccina. Chi sei tu?
— Sono la nipote della portinaia.
— Prendi, — mi sentii afferrare, e fui messo nelle mani della ragazza. — Il canonico fa ben generoso quella volta, era il primo soldo che regalava in tutto il tempo che mi fermai a casa sua.
Indovina un po’ dove fui portato? — Nel monastero, fra le fanciulle addolorate che rinunziano alle promesse lusinghiere del mondo per vivere di contemplazione.
Tranne un po’ d’ozio non eravi altro di male in quel ritiro, e ciò mi provava che spesso si giudica male dai profani in fatto di monache. Lascia, o caro amico, che mi soffermi alquanto a narrarti la vita che menai fra quelle vergini sacrate a Dio. Ve n’erano d’ogni qualità, intendo dire delle vecchie e delle giovani, e certo di farti cosa grata saltando le prime, ti parlerò delle altre.
Erano tre, tutte belle e graziose, e nel tempo che dimorai con esse ebbi agio di conoscerle per bene. — La prima per età, chiamavasi Suor Ida, aveva venticinque anni, era bruna di volto, nerissima di capelli; se tu la vedessi proveresti un fremito di esaltamento. — La sua indole non addicevasi troppo ad una monaca, giacchè era di una irrequietezza continua che si rivelava sin ne’ più piccoli suoi atti. Dotata dalla natura di una tenacità di propositi non comune, ella aveva preso il velo per disgusto della vita causato dalla perdita d’una sorella amata.
L’altra si chiamava Suor Serafina, bionda come una spica, cogli occhi del colore dell’acqua fresca; era una ragazza di temperamento linfatico, non crucciavasi per nulla, e le sarebbe stato proprio indifferente se invece di sposar Dio avesse sposato un giovanotto. Faceva la monaca per abitudine.
Viene la terza... oh lascia mio buon amico che sulla memoria di questa io sparga una lagrima, lascia che richiamandomi alle reminiscenze del passato, sfoghi un sospiro di compianto sulla sorte di quella sventurata giovinetta. — Aveva nome Angelica, e ben può dirsi che la sua figura era degna di un angelo. Aveva i capelli d’oro, l’occhio azzurro, la fronte purissima; era insomma una di quelle creature che passano per questo nostro mondo come lampi di luce e d’amore. Aveva diciannove anni appena, veniva da una famiglia distinta per grado, ma a quanto sembra, il fanatismo di casta acciecò talmente i suoi genitori che ebbero cuore di sacrificare quell’angioletto alla più barbara delle istituzioni.
Al secolo ella erasi invaghita d’un giovane che l’adorava, ma sia per convenienza o che per altro, il padre di lei, vedendo di mal occhio quell’amore, decise di farla sposa con un ricco possidente del paese. Quando la povera Angelica ebbe il triste annunzio, fu presa da acutissimo dolore, ma invano pregò, invano supplicò; il padre fu irremovibile. Allora la giovinetta posta nel bivio di opporsi al padre, o ridurre l’amante alla disperazione, sacrificò se stessa al suo immenso amore, e prese il velo abbandonando questo mondo che aveva tanto torturato il suo povero cuore.