Povera Angelica! Perdona, amico mio se sospiro in rammentarla; delle tante larve mondane che mi passarono davanti, quella più d’ogni altra mi rimase impressa. — Era sempre malinconica, lagrimosa, pregava con un fervore che mai vidi il più ardente, e spesse volte sospirando sfuggivale dal labbro un nome che frammischiavasi alle preci.
Ti sembrerà strano che una cosa della mia natura abbia una corda sensibile per la poesia, eppure, per quanto prosaico sia lo scopo che a me si lega, e malgrado l’amara maledizione che scagliarono sulla mia specie quasi tutti i poeti, mi sento talvolta trasportato alle più dolci meditazioni.
Sin dal primo giorno che io entrai nel monastero, m’accorsi che Angelica portava in sè il germe di un tremendo malore; non si lamentava mai, ma piangeva e sospirava in secreto. Nei tre mesi che io mi fermai colà mi prese tale interessamento per quella sventurata, che il tempo mi fuggì rapidissimo.
Che ti dirò? Assistetti alla sua agonia, la vidi consumarsi lentamente, e morire come un fiore abbandonato. — Povera fanciulla!
Ma divaghiamoci; tu non mi hai certo evocato perchè io venissi a funestarti con tristi racconti: Passiamo ad altro.
Morta Angelica prese a me pure la malinconia, le muraglie del monastero mi parevano più squallide, ovunque andassi mi sentiva sempre addosso un’oppressione che non so dirti. — Io aveva bisogno d’aria, di spazio; voleva riprendere la mia vita nomade.
La bruna suor Ida fu quella cui debbo la libertà, ed io glie ne sarò eternamente grato. — Costei amoreggiava con un giovinotto il quale, mercè qualche intrigo, poteva scendere di notte nel giardino del convento per contemplare con più agio la finestra della bella. Io stava allora in saccoccia di suor Ida — Una sera fui levato di là, ed avviluppato in un pezzo di carta. — Non potei subito comprendere di che si trattasse, ma poco dopo mi accorsi di fluttuare nello spazio. Caddi nel giardino; fui subito raccolto e liberato della cartolina che mi attorniava; potei allora farmi un’idea di qualche cosa.
Senza saperlo aveva fatto da procaccino portando una lettera amorosa.
Il mio nuovo padrone era un bel giovinotto che all’aspetto prometteva assai bene; entrai nella sua tasca unitamente alla letterina che potei leggere comodamente: Eccola:
«Mio caro! — Io non voglio morire di crepacuore fra queste vecchie balorde — Ricordo troppo spesso la mia povera Angelica — Domani a mezzanotte sarò in giardino — Procurati i mezzi per portarmi via; verrò teco anco in capo al mondo. —