«Ida.»
Nel laconismo telegrafico di quel biglietto si rivelava tutta l’arditezza della ragazza. Una monaca che scrive lettere di quella fatta si merita assai più che non la penitenza e la frusta con cui flagellavasi quella buon anima di san Luigi Gonzaga.
Il mio giovane padrone mi pareva in preda a molto gravi riflessioni; avrei creduto che ei vagasse nell’incertezza, e quasi quasi ero sul punto di consigliarlo a non mancare, perchè di quei bocconi, come suor Ida, non se ne trovan tanti. Io so bene che altro è fare all’amore dalla strada alla finestra, altro è portarsi via l’oggetto amato, e tenerselo come suol dirsi per sempre nelle costole, so che l’idea di un tal passo può imbarazzare non poco; ma che vuoi? la gioventù che riflette troppo, mi è antipatica.
Già era sopraggiunta la notte, e l’ora fissata stava di poco lontana, quando mi accorsi che il mio padrone avviavasi verso casa. Non so dirti la sgradevole impressione che mi fece la vile irresolutezza di quel giovane che speculava troppo sui casi fortuiti.
Ma altro è parere altro essere; mi era ingannato giacchè il mio eroe, nonchè non abbandonare il progetto di Ida, disponevasi invece a mandarlo in effetto. Entrato in casa prese tutta la riserva di danaro, ed un’ora dopo discendeva nella strada lesto e presto per l’affare. In quei beati tempi eravi ancora un rimasuglio di cavalleria nella gioventù, ma andando del passo che si va adesso, credo che un giorno o l’altro toccherà alle ragazze di rapire i giovanotti.
Suonava la mezzanotte, ed il mio padrone passeggiava già per il giardino; io credeva che per entrare nel recinto egli scalasse il muro, invece senza incomodarsi tanto, egli era passato per una porticina remota di cui aveva la chiave. Oh il progresso!
L’orologio del monastero aveva appena ribattute le dodici quando la simpatica suor Ida discendeva dalla cella nel giardino. Già più di mille Romanzieri ti hanno descritto un primo incontro di questo genere, ed io te ne risparmio la ripetizione. Due parole mormorate sommessamente, una stretta di mano convulsiva... e via. Sulla strada maestra, di là poco lungi, eravi una carrozza pronta, gli amanti vi si adagiarono entro, e frusta cocchiere. All’alba eravamo lontani dieci miglia dal monastero — durante la strada i padroni si dissero molte cose, e sorpassato quel poco d’orgasmo (che se ne doveva avere a que’ tempi per un tiro di quella fatta) si abbandonarono liberamente alle loro tenerezze.
Ida, da quella monaca prudente che era, aveva indossato un modestissimo abito nero, pescato Dio sa dove! e sotto le nuove spoglie la giovinetta era ancor più attraente. —
Da cinque ore quei fortunati viaggiavano, e sono certo che il tempo era parso ad essi assai breve, quando passando per una piccola borgata decisero di discendere per rifocillarsi alquanto, e poi riprendere il viaggio.
Entrarono nell’unica osteria del paese, e lì fecero colazione. Aveva già messo l’animo sul sicuro di proseguire il mio giro con quella coppia fortunata; ma è mio destino il trascorrere di episodio in episodio senza mai arrestarmi.