Mentre i miei padroni stavano mangiando, si presentò un piccolo mendicante colla marmotta, ed il mio giovinotto dimentico del gran servizio che gli feci, mi pagò d’ingratitudine mettendomi nelle mani di quel poverello che mi portò subito via.
Mi rassegnai abbenchè di malincuore a tanto mutamento di fortuna, ricordandomi d’essere io nato col destino amarissimo di andar sempre come il leggendario Ebreo Errante, e stetti aspettando la mia ventura. Il mio nuovo padrone poteva avere al più quattordici anni; non so da quanto tempo esercitasse la sua nobile professione, ma entrando nella sua saccoccia mi fu facile accorgermi che il poverino era poco ajutato dalla fortuna.
Ero io l’unico individuo della mia specie che ei possedesse, e mi maravigliai non poco pensando come mai quel piccolo vagabondo s’arrischiasse così solo in viaggio senz’altra provvidenza tranne quella che poteva venirgli dalla sua marmotta. —
Eppure che vuoi? Era quella la prima volta che mi toccava un padrone allegro. — Batteva le strade accattando pane alle cascine, e quando ne aveva sufficiente provvista rimettevasi in viaggio cantando allegramente una canzonetta del suo paese, di cui ricordo sempre questa strofa caratteristica:
«La mia mamma mi ha lasciato
«Col retaggio d’un tapino,
«Vagabondo abbandonato,
«Vo’ cercando il mio destino.
La compagnia di quel ragazzo non mi era del tutto ingrata, e vedendolo cotanto allegro nella sua miseria, finii per credere che al mondo c’è per tutti un po’ di bene. Non viaggiavo più in vettura questa volta, ma fra il polverio delle strade, con una sferza di sole non indifferente; eppure il mio padroncino continuava la sua strada canticchiando fra i denti mentre rosicchiava del pan duro. Già da alcune ore eravamo in marcia, quando nel passare presso ad una casina di campagna che aveva tutta l’aria di ospitare un signore, il povero giovinetto preso dalla sete, entrò pel cancello nel cortile onde cercarvi dell’acqua. — Ad un tratto sentii una voce rauca e minacciosa che gridava:
— Che fai là, mascalzone?