— Ho sete, cerco dell’acqua.

— Via di qua, va a tuffarti nel fiume, se hai sete ti laverai quella brutta faccia.

Tali villanie venivano da un signore che stava alla finestra fumando una grossa pipa. — Che fosse un signore si capiva da una ricca veste di camera che indossava, e mi stupì non poco la spietata inurbanità d’impedire ad un fanciullo di dissetarsi. — Quasi quasi inclinava a credere ch’ei lo facesse per ischerzo; intanto il mio padroncino era rimasto là indeciso se dovesse o non inoltrarsi, poi dandosi coraggio sclamò:

— Signore, mi permette di bere?

— Ti dico di tirar via... carogna... Olà. Turco, scaccia codesto vagabondo.

Non aveva ancor chiamato, che sbucò fuori un grosso cane, ed avventossi minaccioso sul povero giovinetto che si diede alla fuga mandando grida di spavento.

Il cane fu più umano del padrone, giacchè giunto al cancello si arrestò; ed il povero ragazzo dopo una lunga corsa, vistosi sicuro si lasciò cadere trafelante e spossato sotto un albero. Piangeva in silenzio il poverino, e forse nel suo piccolo pensiero, si fece un ben triste concetto della carità dei signori.

Rialzossi quindi ed asciugatosi col rovescio della mano le lagrime che gli tremolavano sul ciglio, riprese il suo cammino mormorando mestamente:

«La mia mamma m’ha lasciato

«Col retaggio d’un tapino —