Che a quattordici anni si debba stentare così barbaramente la vita è dura, ma che vi siano uomini tanto malcreati da insultare così brutalmente alla miseria, è cosa orribile, e davvero che io rallegro meco stesso della mia condizione passiva che non mi lascia responsabile di quello che m’accade.

Verso sera il ragazzo giunse alle porte d’una città ed entratovi appena, mancò poco che non venisse imprigionato dalle guardie di polizia. Per fortuna, in grazia forse della sua giovane età lo lasciarono libero, ed egli, approfittando tosto dell’occasione, si mise in giro pei caffè, facendo saltellare la sua bestiuola.

Ti dirò io tutta la sequela di villanie e d’ingiurie con cui veniva accolto il poverino ogni qualvolta tendeva la mano per domandare la carità? Mi ripugna troppo il solo pensarvi. — Ti basti sapere che dopo di essersi sfiatato per alcune ore, riuscì a buscarsi due miseri soldi, e sai da chi? da un bravo operaio che transitando per quella via, ebbe compassione del misero fanciullo.

All’indomani cambiai domicilio. Il mio padrone mi cedè per una fetta di polenta.

Decisamente io ero precipitato troppo in basso per potermi rialzare, e trovandomi nelle mani di quel sucido venditore di commestibili, disperai di mai più rimettermi in bene. — Presso la povera gente trovai sempre poco d’interessante, epperciò passo di volo in rassegna le mie peregrinazioni. — Dalla bettola passai nelle mani di un misero ciabattino, che mi portò a casa sua ove assistetti al miserando spettacolo di cinque ragazzini mezzo morti per fame, e consumati dalle lunghe astinenze. — Entrai poscia nella saccoccia di una piazzina, ma di là fui rubato da un monello, e portato al tabaccaio, il quale mi girò ad una vecchia fantesca lacera e sucida che era un orrore il vederla.

Colei mi consegnò al suo padrone avarissimo vecchiaccio, che avrebbe rifiutato un calcio ad un cane. Rabbrividirai per orrore se ti dico d’esser stato seppellito per tre anni nell’angolo di un cassone. — Ah! se ti narrassi tutto quello che vidi in quella casa sono certo che ti verrebbe voglia di strozzare quell’usuraio. Ma l’inferno fece giustizia, giacchè un bel dì quel birbone crepò per evitare la spesa di un purgante ordinatogli da un maniscalco che lo curava. Vidi con vera gioia che il diavolo si portò via quella vecchia carcassa e spero che se la terrà per un pezzo.

Gli eredi misero all’asta il mobilio della casa, ed a me toccò la lieta sorte di venir rubato con un certo numero di compagni dallo scrivano del Notajo.

Finalmente aveva ricuperata la mia libertà! E fu quello uno dei più bei giorni che io abbia trascorso. Il mio nuovo padrone non era tanto avaro, abbenchè in meschina condizione, e mi impiegò subito per bene lasciandomi nelle mani di un pizzicagnolo il quale mi diede in resto di conto ad una vecchia signora che recossi pochi giorni dopo in campagna portandomi seco all’aria fresca.

Come vedi, il mio tempo non andò perduto giacchè più bella occasione non poteva venirmi. — La villa della mia nuova padrona era molto graziosa, aveva un ampio giardino e tante altre comodità che a descrivertele ci vorrebbe troppo tempo. Mi divertiva discretamente colà; tutti i giorni assisteva a nuove avventure, ed alla sera mi portavano in ampio salone ove si faceva tanta musica da creparne satollo.

Fra le cose che più mi divertivano, eravi un signore alquanto maturo che tingevasi i baffi e portava parrucca, per far la corte ad una graziosa donzella nipote della mia padrona. — Ah se tu l’avessi sentito a cantare, te la saresti goduta, e quando ci penso parmi di vederlo ancora con quella posa sdolcinata, con quell’aria di gatto in fregola, mentre spalancava la bocca sdentata per abbaiare quella famosa aria: