Si giuocava sopra di me un certo intrigo alle carte che non riuscii a comprendere, e tanto per impiegare alla meglio il tempo che era obbligato a passare colà, mi diedi ad osservare i vari movimenti delle gambe e dei piedi. — Ti assicuro che la è cosa divertente, e se potrai farne prova in qualche occasione ti do consiglio di non trascurarla.

I giuocatori erano una ventina tra uomini e donne.

— Alcune signore erano molto belle, e ciò si arguiva guardando la punta dei loro bei piedini che fraternizzavano arditamente con altri piedi di giovinotti circostanti; talora, a quel che mi parve, si sfogavano certi malumori, e spesse volte si prendevano equivoci veramente curiosi. — Parlai dei piedi, e bada che ti faccio grazia delle mani... era un cercare e pizzicare che mi fece arrossire. — Per la morale io proporrei l’illuminazione anche sotto le tavole.

All’indomani fui raccolto da uno sguattero che ripuliva la sala: stetti con lui per alcuni giorni senza trovar nulla che valga la pena d’esser ricordato. Finalmente un giorno, con mio grande rammarico, fui portato fuori della villa, e lasciato nella farmacia di un vicino paesello, ove, senza volerlo, ebbi le ultime nuove della mia padroncina Lisa e del suo amante.

— Il colloquio del giardino era stato scoperto da uno di quei tanti caritatevoli chiaccheroni di cui è seminato il mondo; il giovinetto fu con buone maniere invitato a desistere dalle sue visite in casa della zia, e la ragazza si ebbe una buona lavata di testa.

Ma l’amore si rompe e non si piega, e quei due sventurati, nonchè desistere, s’infervorarono viemmeglio nel loro affetto. Egli girondolava sempre attorno alla villa, ed ella passava intere giornate alla finestra per vederlo e salutarlo.

Intanto la voce erasi sparsa, e molti per vaghezza di novità, si recavano a vedere l’infelice amatore, che simile al cavaliere Toggenburg di Schiller, minacciava di volersi morire sotto le finestre della sua diletta.

Mi fermai poco nel paesello, ed un giorno lo speziale, che era contro al solito in vena di generosità, fece limosina di me ad un frate zoccolante che andava questuando.

Era costui un grosso pancione barbuto e sucido come un maiale; mangiava quanto un orco, e beveva come una tromba di mare. — In nome di Dio si ubbriacava tutti i giorni col vino accattonato a sorsi di porta in porta. —

Bestemmiava come un genovese, aveva un contegno indecente, e bisognava proprio essere ignorante, come lo sono per lo più i villici, per non accoglierlo con salve di legnate. — Non somigliava punto al frate di Sterne.