— Non serve, mia cara, ci penso io, disse il ladro con una certa eleganza... avete bisogno d’altro?
— Oh no, rispose essa con un sorriso di riconoscenza.
— Allora state sana... Addio, ragazzi — e sì dicendo il mio ladro se ne andò tutto lieto della sua buona azione; fatto pochi passi appena, ficcò le mani nelle tasche, e si mise a zufolare un’arietta, dondolandosi con quel portamento proprio di tutti i barabba.
Non ti dico altro, al giorno d’oggi di buone opere come questa se ne fanno poche, e dovetti convincermi che certi ladri hanno il cuore più generoso di tanti che passano per galantuomini. Il mio padrone gironzò senza meta fino a notte, e quando venne l’ora opportuna per l’esercizio della sua nobile professione, stette dubbioso sulla via da scegliere; ma ricordandosi poscia di quel fattore che aveva scacciata la povera donna, pensò di farla in una volta da giudice e da carnefice, vendicando l’insulto fatto alla miseria, e si mise subito in cammino verso la fattoria.
Vi giunse in breve, e senza darmi la pena di narrarti tutto e per filo e per segno, ti dirò che in poco tempo ei fece l’affar suo, e già stava per scendere dalla finestra, quando un cane diede l’allarme ed in un baleno vennero fuori i villani armati di randelli e forche.
Il mio ladro se la diede a gambe come un levriere, saltò il muro di cinta, e via per la campagna lesto come un fulmine. Lo inseguirono per un pezzo, ma egli aveva buone gambe, e sparve nelle tenebre della notte. — Ma che vuoi? Il diavolo ci mise la coda; mentre già credevasi in sicuro, e cominciava ad allentare la corsa, nella svolta della strada s’imbattè proprio in due gendarmi in perlustrazione.
Era fritto. — Gli chiesero le carte, ei balbettò qualche scusa, ma invano, ed un’ora dopo entrava in città ammanettato a dovere.
Giunto alle carceri, requisirono tutto quanto aveva indosso, consistente in un orologio con catena d’oro, e qualche centinaio di lire, tutta roba del fattore. Gli trovarono una pistola irrugginita e guasta di cui si serviva per spauracchio; infine estrassero me dal mio buco, e dato l’addio al mio povero ladro, passai nelle mani del giudice istruttore che mi chiuse a chiave in una cassa.
Stetti prigioniero per sei lunghi mesi, infine fui liberato da un usciere, che nell’aprire la mia cassa diceva ad un altro che era con lui:
— Ecco gli oggetti rubati al fattore di... Bisogna restituirli senz’altro, giacchè quel briccone di ladro è scappato senza aspettare la sentenza.