Fui lietissimo di tale novella, perchè, se debbo dirti il mio parere, chi più meritavasi la prigione era quel birbante di fattore.
Credeva di potermela svignare io pure dalle mani della giustizia, ma invece fui trattenuto da quella canaglia d’usciere che mi fece sua preda.
Io aveva creduto sempre che la giustizia fosse una cosa seria, ma ohimè! mi duole dirtelo, stando in quei paraggi ebbi a perdere anche questa illusione. Vidi delle grandi cause trattate con una leggerezza da far pietà, e sì che quei togati quando entrano in scena hanno un’aria tanto grave da farti credere sul serio alla loro serietà.
Senti come talvolta si dà un verdetto. — Un tale erasi introdotto furtivamente di notte nella casa di una vedova per... prendersi ciò che ella gli negava. Appena la vide addormentata, cercò di avvicinarsele, ma ella svegliatasi d’un tratto, gettò l’allarme per tutto il vicinato, ed il povero Don Giovanni, sorpreso dalla paura, saltò di botto dalla finestra nella strada, e cadde proprio sulla testa di due guardie di polizia urbana. Fu arrestato, ecc. ecc., e gli fecero il processo. — Eccoti riprodotto un brano della discussione dei giudici. — Erano tre che nel ritirarsi dalla sala d’udienza avevano una gravità degna d’un vescovo in funzione. Appena furono soli, si misero a sbuffare lagnandosi uno del caldo, un altro della fame, ed il terzo del mal di capo.
Io stava allora nella saccoccia del presidente, il quale incominciò così: — Avete fatto colazione voi altri?
— Io no, ho un tremendo mal di capo.
— Sarebbe meglio finirla, soggiunse l’altro, e condannarlo subito, giacchè là dentro fa un caldo da crepare.
— Dunque, soggiunse il presidente, che vi pare?
— Mah!!
— Mah!