Se non ti spiace sorpasso su taluni altri incidenti per dirti che dopo pochi giorni cambiai d’alloggio e fui installato nella casa di un vecchio medico che aveva una moglie non troppo giovane.
Qui m’accorgo di dar di capo in molte scabrosità. Trattasi di una signora che un tempo era vantata per bellissima, ma che gli anni non avevano punto rispettata. — Quando io la incontrai toccava i quaranta, età in cui la sferza del tempo imprime qualche ruga sulla fronte, per non dir altro.
Alla mia nuova padrona garbavano poco quelle impronte venerande che segnano le lotte della vita; e vedendole crescere ognor più se ne disperava, e faceva uso di tutti i trovati della profumeria per debellare quel potente nemico che la minacciava.
Io non so dirti l’immenso studio e le grandi cure che essa poneva nel correggere le linee del suo volto con ricci bizzarramente varii. Passava tutto il giorno allo specchio guardandosi davanti, di dietro, di fianco e di scorcio. — Era un lavoro gigantesco quello che la poverina faceva per rubare qualche anno all’apparenza.
Per passare un’ora al teatro, ne impiegava almeno quattro in preparativi di toeletta. Tingevasi le soppracciglia, lavavasi coll’acqua di rose, si succhiava le labbra per farle rosse, ungevasi le spalle ed il collo con non so qual pomata, studiava senza tregua il modo di portare le braccia, e cercava dinanzi allo specchio quelle pose che più armonizzavano collo strascico dell’abito.
Provava i sorrisi ed i gesti, sollevava il lembo della veste per vedere se i suoi piedini erano ancora eccitanti, e quando dopo mille prove e riprove credevasi sicura del fatto suo trascinava fuori di casa quel mal capitato suo marito, e se ne andava a far pompa della grande opera.
Non ricordo più chi sia colui che scrisse sull’album di una signora attempata questo grazioso epigramma:
Dissi un dì la tua figura
Un prodigio di natura,
Or non cesso d’ammirarte