Non starò a dirti quanto ridicola io reputi codesta farragine d’insegnar tante cose alla donna, la quale, secondo me, non ha altra missione tranne quella di dar latte ai bimbi e curare le cose del marito; ma siccome su questo proposito sono varj i pareri, e si dibattono attualmente delle grandi questioni, evito di dilungarmi maggiormente.
La ragazza, cresciuta sotto la sferza di tanto scibile, imparò bene una cosa sola — la vanità — e con vero rammarico dovetti rinunziare alle simpatie che m’erano nate al primo vederla; ma che cosa vuoi? fui testimonio di tante leggierezze ridicole, che anche un innamorato si sarebbe ravveduto.
Amelia era una piccola vipera, capricciosa, intollerante fino all’incredibile, e ciò malgrado, quei poveri genitori le erano sempre attorno, e non facevano altro che carezzarla, lisciarla, alimentando così i germi della vanità innati in quella frivola creatura.
Mi dicono che le damigelle dell’Alta sono civettine leggiere e senza cuore, ma costei superava ogni concetto che si possa fare della civetteria. E sì che non da molto i suoi genitori avevano chiuso la bettola del Merlo Bianco, convegno tradizionale di tutti i beoni, e suonatori vagabondi. La vezzosa Amelia doveva ricordarsi queste cose, e pensare talvolta che tutti i suoi cenci di roba, le sue vesti, la sua musica, le sue gioie erano frutto di lunghi anni di privazioni dei suoi parenti, e che tutti gli ubbriaconi della città avevano contribuito a formare la sua dote. — Ma studiando il tedesco e l’inglese, ella aveva dimenticato il grossolano linguaggio degli avventori del suo negozio.
Non voglio certo farle carico del passato, ma, mio Dio! quando certe memorie sono ancor recenti, è bene avere un po’ di moderazione, e non gonfiarsi tanto.
A quindici anni Amelia scriveva bigliettini amorosi che lasciava cader sul naso di uno scolaretto ronzante sotto le sue finestre. Un anno dopo eravi una pluralità d’adoratori che non ti dico altro, ed ella, con una grazietta tutta sua, tirava pel becco quella turba di stolti, e quando io entrai in casa sua, la signorina aveva tanto bene imparato a far la civetta, che mezza la gioventù del paese le sospirava dietro.
Dopo tutto malgrado quella falange di maestri e professori, Amelia era sempre una donnicciuola ignorante. — Suonava malamente il pianoforte, cantava come un ranocchio, ballava goffamente stecchita, disegnava come una gallina, parlava tedesco come un turco, e francese come un papagallo. — Credevasi di aver dello spirito, ed era sciocca, credevasi maliziosa ed era ridicola.
Ma il padre la paragonava ad un angelo, la madre sclamava ad ogni poco che lo sposo della sua Amelia non era ancor nato; quasicchè si aspettasse il Messia. Tutti la lodavano, la carezzavano, ed infine la giovinetta, rigonfia e satura di elogi, portò l’intima convinzione di essere un’arca di sapere, e guatava la gente con un’aria di trionfo, degna della moglie di un deputato.
Andava a spasso pettoruta come un dindo, e, se rispondeva talora ai saluti che le facevano quei merli del suo corteo, tradiva un senso di degnazione sommamente ridicolo.
Ma era bella! questo te lo posso giurare, tanto bella quanto vana e leggiera.