L’impiegato mise mano alla tasca sospirando, ne trasse alcuni soldi, mise me cogli altri, e se ne andò stringendo le labbra, come se avesse i dolori colici.

Il mio professore oltre al non avere spiccioli non possedeva l’anima di un bottone. — Mi portò a casa sua, ove rimasi molto addolorato per la vista di una miseria sconfinata.

Il poverino viveva in una catapecchia orribile, mangiava polenta vecchia e muffita.

Era professore e per soprasello anche poeta. Ingrate lettere! In qual stato lasciate i vostri sacerdoti!

L’esser poeta a Genova è un’anomalia come quella d’un uomo con cresta e becco. Nè ciò ti faccia meravigliare, ricordati che siamo di una terra di Mercanti, come direbbe il povero Chatterton.

A Genova, come in Inghilterra, la roba si tratta a peso, e le parole sono imponderabili.

C’è forse bisogno d’un poeta per concludere un affare?

Bisogna confessarlo, quella buon’anima di Dante aveva gran ragione quando sclamava:

«Ahi Genovesi, uomini diversi...

Mai no, tanto è vero che quel tapino di genovese che chiamavasi Cristoforo Colombo perchè aveva solamente del genio, lo si lasciò languire miserabile e cencioso, vagolante di terra in terra, portando seco una ben triste prova della protezione che la sua patria accordava agli ingegni eletti.