Il mio professore da un anno era senza impiego, e sai perchè? perchè in un suo discorso ebbe l’ardire di scrivere che la storia della Sine-Labe era una sciocchezza.
Cessato lo stipendio, il poverino fu ridotto, come suol dirsi sulla paglia, e certo egli avrà finito la sua vita come Camoens, morto di fame all’ospedale.
Sperava il poveretto in un impiego che gli era stato promesso, ma io lo lasciai prima che si realizzasse quella dolce speranza. — Lo lasciai, meschino, con un soldo di pane che si ebbe per mezzo mio.
Fu per me vera fortuna, giacchè in quello stesso giorno potei dare un addio alla città di Maria Santissima, e girando la costa di mare fui portato a Livorno, e di là internato nella simpatica Toscana.
L’Italia è il paese della fortuna e ripatriando dall’America me ne toccò una grandissima. — Portato dal turbine del destino che mi spinge senza posa, caddi nelle mani di Garibaldi!....
Giù il cappello, padron mio.
Io so che voialtri impiegati del governo avete delle meschine suscettibilità contro quel grande, ma ve la passo buona perchè la è questione di pagnotta. — Le vostre apprezzazioni in fatto di cose politiche vanno di pari con quelle degli ufficiali d’esercito, che hanno per gran principio lo stipendio, per scopo l’avanzamento, per meta, la pensione.
Eppure, anche a costo di urtare alquanto la tua opinione, lascia che io colga l’opportunità a volo per dire una parola d’ammirazione a quell’anima grande.
Nelle mie lunghe peregrinazioni non mi sono mai incontrato in un uomo più affabile e modesto, e ciò mi tira senza che il voglia a far dei confronti con certuni grossi personaggi che mi possedettero per alcuni giorni, durante i quali mi diedero assai prove di essere fanfaroni di poco conto.
Mio caro padrone, parlando di Garibaldi ti pregai di scoprirti il capo per rispetto.... ti prego ancora.