— Tanto fa: ormai sono abituato a certe gratificazioni che mi capitano in premio d’aver sciupato il mio povero tempo. Che vuoi, c’è della gente che mi crede tanto buono di mettermi a studiarli nella loro vita e riprodurli poi — come se io mi dilettassi a ritrattarre scimiotti.

— Sul conto di quel poco che ho fatto se ne son dette di tutti i colori, e se il buon senso non mi tenesse in modestia, direi quasi che ho degli invidiosi di fronte.

— Figurati che un giorno mi capitò per la posta un’epigramma anonimo nel quale mi si battezza addirittura per fariseo; — passo sulle altre contumelie, ma fariseo poi! — Lo crederesti? quell’anonimo era uno che mi stringeva la mano tutti i giorni, e, se non fossi proprio un buon ragazzo, cederei alla tentazione di scriverli qui il suo bel nome.

— Invece gli perdono l’ingratitudine.

— Del resto cotesta è farina dolce in confronto al resto.

— Se fosse l’invidia quella che batte alla mia porta, sia la ben venuta, abbenchè Ovidio dica di essa che: «avvelena col fiato e mai non ride.»

E Dante che ben conosceva questa furia che tanto gli amareggiò la vita

«Fu ’l sangue mio d’invidia sì riarso

«Che se veduto avessi uom farsi lieto,

«Visto m’avresti di livore sparso.