Colle moderne teorie che vanno man mano rimpiazzando le antiche, sappiamo che in fin dei conti l’uomo è una cosa che si muove, come la trave balzata nell’Oceano, per anni ed anni, finchè dà di capo in qualche scoglio, e là s’arresta.

Io sono progressista, epiteto che ai nostri dì fa sinonimo con materialista. In un momento d’ozio si può fare quel che si vuole, e non sembrami indegno occuparsi anche della storia d’un soldo.

Mettetela come una distrazione cotesta mia fantasia, e pensate che Mendelssonn il gran filosofo tedesco per oziare qualche ora del giorno stava enumerando i tegoli del tetto.

Ma non divaghiamoci. — Veniamo al fatto. Non rabbrividisca il lettore; non è uno squarcio di numismatica o di archeologia che prendo a trattare. Il mio soldo, se non è nuovo di zecca, ha per lo meno pochi anni di coniatura.

Ciò premesso tiro innanzi.

Era il giorno de’ morti; giorno di dolci reminiscenze pei vivi che ricordano con affetto i cari estinti; giorno di festa per taluni filosofi moderni, i quali pensano con gioia di non essere compresi in quel pietoso anniversario.

Tramontava il sole, ed i suoi raggi morenti venivano offuscati dalla nebbia che s’alzava sensibilmente.

Io compiva appunto allora il giro del Camposanto, e già stava per prendere il viale che guida all’uscita, quando, passando presso ad una fossa recente, parvemi di discernere fra la terra, una moneta irrugginita.

Non mi ero ingannato; la raccolsi, e non tardai ad indovinare che la mia fortuna era di poco conto.

Era un soldo del Regno Sardo, battuto nel 1826 dal Re Carlo Felice. — Me lo misi in tasca e me ne andai.