— Ih! Ih! sclamò Rinaldo tirandosi sugli occhi il berretto da notte: bisogna vederlo questo lavoro, si fa tanto presto a scrivere un dramma!
Pomponio restò di stucco; il poverino aveva creduto che l’offerta di un dramma facesse impressione sull’animo di un Capocomico, invece toccava l’opposto. La poesia dell’arte che era già profondamente scossa per la vista di quel primo attore scamiciato e sporco, entrò allora nella fase del più atroce disinganno, il povero Pomponio se ne restò là impalato, confuso, facendo girare fra le mani il suo scartafaccio senza trovar parola di risposta. Infine, con un eroico sforzo disse:
— Volesse avere almeno la compiacenza di leggere questo lavoro.
— Va bene, mettetelo lì sul tavolo; se avrò tempo lo leggerò. Passate poi per sentire il mio parere.
— Grazie. Quando verrò, domani?
— Che diavolo dite, credete forse ch’io abbia nulla da fare? Venite fra una ventina di giorni.
— Sta bene, mormorò Pomponio tirando un sospiro, poscia se ne andò.
Il povero giovinotto aveva il cuore angosciato, ed era a poco per piangere.
Egli non conosceva i commedianti che dal palco scenico, ed aveva quasi creduto che costoro vestissero in casa la porpora e la corona.
La berretta del signor Rinaldo, ed il malarnese di quella donna, avevano soffocato col loro strano contrasto le ingenue credenze del giovane autore.