Trascorsero finalmente quindici giorni che parvero secoli, ed al sedicesimo, Pomponio s’incamminò verso l’abituro del capocomico.
Battevano le 11 quando egli tirava la corda del campanello. La solita donna colla solita toeletta venne ad aprirgli, e lo introdusse nella stanza del signor Rinaldo che terminava allora di vestirsi.
— Buon giorno, signore.
— Oh! sei tu! giovinotto, vieni, vieni innanzi; sei passato per quel tuo lavoro.
— Proprio, rispose Pomponio un po’ mortificato per quel tuono confidenziale del comico.
— Terminai ieri di leggerlo, abbiamo tanto da fare. Figurati tengo una cinquantina di commedie nuove sul mio tavolo, devo trovar tempo di leggerle tutte.
— Ebbene, che le pare?
— Senti amico, io sono schietto. Per un primo lavoro non c’è malaccio, ci sono delle cosettine discrete; ma tu sei all’oscuro dell’intrigo scenico, ti manca la conoscenza dell’effetto, eppoi è lungo, troppo lungo, troppe ripetizioni, e basterebbero due atti invece di cinque. Tuttavia ti ripeto che hai disposizione, ma bisogna fare e far molto.
Pomponio che aveva il cuore pieno di speranze, fu a poco per cadere in deliquio, e se non l’avesse trattenuto l’amor proprio si sarebbe messo a piangere.
Il signor Rinaldo intanto si annodava la cravatta, inconscio delle torture che infliggeva alla sua vittima, e non sentendo alcuna risposta, proseguì a trinciar precetti.