— Non dubiti, ci sarò.
Il segretario l’accompagnò fin sulla porta, e Pomponio se n’andò tutto giulivo.
Apoteosi.
Quando io penso che tutti i giorni accadono di tali cose, mi vien la pelle d’oca, e credo che il pessimismo dei celibi abbia qualche fondamento.
Se volessi far tutto il mio dovere, non potrei dimenticare il cugino e la moglie di Pomponio, ma più che la tema di esser tacciato di pigro, la vince su me lo scrupolo della coscienza. Certe cose bisogna che il lettore si sforzi a comprenderle per evitare a chi scrive la noia di farsi delle violenze......
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Io mi valgo ancora dell’eloquenza dei puntini, e mi limito a dire che Dafni e Cloe, Castore e Polluce, Tirsi ed Amarilli, Paolo e Virginia impallidiscono davanti a quell’idillio di Allegra e Felice; combinazione di nomi!
Li abbandono alla loro felicità che trascorre rapida, e ritorno, a Pomponio che lasciai ebbro di gioia per le vie di Firenze. La roba del cugino era già tutta all’ordine, ma egli si tratteneva solo per sentire la risposta del segretario.
Venne finalmente l’ora desiderata, e recatosi al caffè di Parigi s’incontrò nel suo protettore che gli disse:
— Per ora nulla posso dirle, parta sicuro però, che non lo dimentico, e consegni questa lettera al caro cugino coi miei saluti.