— Non conosco alcuno, mormorò Pomponio.

— E che importa? fra galantuomini non si fa complimenti, venga con me.

Sì dicendo il vecchio prese Pomponio a braccetto, e lo introdusse in una stanza attigua a quella in cui si ballava.

C’era calca di gente, tutti parenti ed amici degli sposi.

L’allegria non mancava fra quella gente alla buona, si sentiva un chiaccherio assordante. Il vino correva per le tavole, e buona parte dei convitati erano già brilli. L’orchestra era composta di un trombone, un flauto e due violini. Anche i suonatori parevano ubriachi, strepitavano coi loro strumenti in un modo orribile.

Frattanto la folla si accalcava urtandosi, e nel bel mezzo della stanza, fra un crocchio di danzatori furibondi che ballavano come dannati, c’era la sposa, una ragazzona solida con spalle erculee.

Si ballava quella ridda in cui tutti si prendono per mano formando un cerchio, entro cui si alternano a vicenda coppie danzanti con lazzi più o meno leciti. Pomponio passando presso quel cerchio turbinoso, vi fu travolto dentro, ed abbenchè di mala voglia si pose esso pure a dimenar le gambe, tanto per secondare gli sbalzi dei due che lo tenevano per mano.

Il giochetto durava già da una mezz’ora, senza che alcuno pensasse a riposarsi.

I suonatori tiravano dritto che l’era un piacere, e la ridda teneva saldo, animata da urli e sghignazzate. Pomponio era mezzo morto, le chiome scomposte gli cadevano sul viso madido di sudore, pur tuttavia, timido com’era non osava svincolarsi dalle strette dei danzatori. Tratto tratto spiccava sbalzi che erano più tentativi che successi, giacchè le sue gambe si ribellavano a quella fatica inusitata. Oh! quanto costa studiare il mondo, pensava fra sè sospirando, e frattanto volgeva gli occhi supplichevoli a quell’inesorabile trombone che continuava intrepido, con l’aria di mai più finire.

Ad un tratto si udì un grido assordante: evviva la sposa! Questa difatti compariva allora sul limitare della stanza ed in men che dicesi fu anch’essa travolta nel cerchio dei danzatori. Tutti se la baloccavano a vicenda, chi le dava un urtone chi se la premeva al seno in modo da farla schiattare; ma per fortuna la sposa era una tarchiatella di tempra ferrea che resisteva a tutto. Anzi pareva che la vertigine del ballo le svilupasse la forza musculare. Urlava anch’essa e saltellava come un capretto, e se non si trattasse di una donna, direi che la pareva brilla.