Pomponio intanto ballava sempre ed era acconciato in un modo orribile, quando per soprasello gli capitò di esser tratto in lizza dalla sposa che gli aveva buttato le braccia al collo.
Si rassegnò al destino, lanciò uno sguardo disperato al trombone, e si abbandonò nelle braccia di quella nerboruta ragazza, la quale abbenchè assai di lui più piccola, lo baloccava come un ninnolo. La sposina lo faceva saltare in un modo orribile, ora gli balzava al collo e glielo scrollava da scavezzarlo, ora si aggrappava alle falde della sua marsina, cagionandogli lacerazioni. Pomponio trafelante, spossato, metteva fuori un metro di lingua, e schizzava gli occhi dall’orbite.
Inconscio di quel che si facesse, e squilibrato dai mulinelli che gl’imponeva la ballerina, si lasciò cadere quasi morto nelle braccia di lei. Ma ad un tratto si rivenne dal suo svenimento, mercè un potentissimo calcio amministratogli per didietro da un fratello della sposa.
Per un equivoco, si era creduto che Pomponio avesse baciato la ragazza. Egli si volse come per andarsene via da quel vortice. Inutile tentativo, tutti gli furono addosso gridando dalli a questo aristocratico.
Fu per un miracolo che il padre della sposa riuscì a trarlo di là e rimessogli in testa il cappello tutto sdruscito e pesto, lo accompagnò sulla porta augurandogli la felice notte.
Poverino, era tutto a sbrendoli.
Eureka!
La scrivo di cuore questa parola che riassume la gioia di uno scienziato al dileguarsi della nebbia che gli nascondeva un secreto.
— Pomponio, come Galileo, come Archimede, e tanti altri, ebbe finalmente il suo buon momento.
Dopo la salva di percosse ricevute al ballo della sposa, il povero giovane fu per alcuni giorni obbligato al letto per calmare le doglie, e guarir le lividure.