Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in giustizia? Sidrac risponde:

Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco. E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere; anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.

[Cap. CV.]

Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella sua ricchezza. Sidrac risponde:

Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli vede intorno a lui altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.

[Cap. CVI.]

Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde:

L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa, egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da lui [(702)], conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti [(703)]; e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de' peccati [(704)], quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare, imperò ch'ella non à senno [(705)] ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.

[(702)] Manca direto al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.