Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo peccato dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo podere da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che per la pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che alcuni de' suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono non pigliano niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un omicidio o di due o di tanti come n'avrà fatti [(920)]. E ciascuno sarà dannato de' suoi peccati medesimi nell'altro secolo.

[(919)] Lo re domanda se quelli che uccidono li omini rimangono loro adosso i peccati dei morti. C. R. 2.

[(920)] mais ses pechez croyssent du meustre ou delict qu'il aura faiet. T. F. P.

[Cap. CC.]

Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che l'uomo ode? Sidrac risponde:

Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo dolore e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è corporale [(921)]. Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata [(922)]; e pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono, perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non sia istata. Lo cuore è segnior [(923)] a tutti menbri, e li menbri sono servidori al cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à dolore, ma non già siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a quelli che veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è corporale, e quelli che odono e non vegono, ispirituale.

[(921)] et si est chose corporelle. T. F. R.