Maestro, diss’io lui, or mi di’ anche:
Questa fortuna, di che tu mi tocche,
Che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?

❡ Perchè dalle cose tenporali l’avarizia e la prodigalità si derivano però qui di ragionare accade di quella divina voglia, che, dando e togliendo a cui le piace, il distribuisce. Sopra la quale naturalmente così si consideri che, si come la divina mente prende ministra e guida nella sua qualità ciascun cielo si come da Angeli ed Arcangeli e da’ Principati e dagli altri seguenti, così alle qualitadi Inferiori da lei simigliantemente son date, tra le quali quella de’ beni temporali fortuna si chiama, la qual dà e toglie il suo reggimento a cui le piace, contra la quale il senno umano riparando non è possente. E perchè continuamente l’umana generazione nascendo si rinnovella però di necessità conviene che suo dominio d’uno in altro tramuti. La cui voglia subita e occulta come serpente tra erba permane, onde sanza ragione di lei s’abiasima a cui togli però che già da lei dalla sua grazia assentita, la qual di necessità, come detto di sopra, d’uno in altro distribuita si segue.

Or discendiamo omai a maggior pieta
Già ogni stella cade che saliva
Quando mi mossi e il troppo star si vieta

❡ Qui l’ora del tempo così significa, vogliendosi nel quinto infernal grado discendere, dicendo ch’ogni stella cadeva, nel cominciamento della sera di loro intrata saliva, per la quale si segue che già la mezzanotte corresse, però che ogni stella s’intende salire dall’orientale orizzonte al meridionale cerchio e poi discendere infino all’occidentale orizzonte. ¶ Nel quale quinto grado scendendosi, alcuna fontana con acqua turbata e bogliente si trova, la quale il cominciamento della seguente colpa significa, e del secondo fiume infernale che Stige si chiama, cioè tristizia. Il quale, figurativamente, per lo quinto presente grado s’impadula, nel quale propiamente la colpa dell’iracundia e dell’accidia si conserva, mostrandosi di ciascuna per suo segno la propietade, si come degli iracondi la bogliente e palese rabbia, e delli accidiosi la occulta e tinta irata voglia; delle quali per più notizia si come delle stremità di temperanza nella dimostrazione del nascimento dell’ira così si procede, che, secondo la speculativa e natural verità, ira e desiderio di vendetta d’alcuna ricevuta ingiuria, nascendo d’un vizio, che arroganza si chiama, il cui suggetto è reputarsi d’essere migliore e più possente che l’essere non porta, della quale due dispetti iracundi finalmente nascono de’ quali l’uno è semplice, e l’altro contumelioso. Il semplice, vedendo alcuno immaginarsi d’esser tenuto da lui vile o cattivo non essendovi la cagione del dovere e il contumelioso essere ingiuriato da alcuno in sua presenza personalmente, ovvero per parole rapportate da lui, per la quale arroganza l’altezza della torre del presente grado si considera, e i detti due dispetti le fiammelle che appresso, figurativamente, si pongono, come nel seguente capitolo si conta.

Comincia lo VIII Capitolo

Io dico, seguitando, che assai prima
Che noi fussimo al piè dell’alta torre
Gli occhi nostri n’andâr suso alla cima

SEGUITANDOSI la qualità del presente quinto grado, in questo principio del canto l’altezza dell’arroganza figurativamente si mostri e le fiammelle de’ suoi ardenti dispetti, e come per un demonio si governa e ministra il presente iracundio ed accidioso pantano, per lo quale figurativamente s’intende l’abito e ’l volere iracundo ed accidioso, il quale alla vendetta dei suoi dispetti velocissimo corre, chiamando Flegias per similitudine d’alcuno così nominato, in cui cotali vizij più che in altrui compresi furono e abituati secondo quello che per ..... si conta; la qual digressione qui ed altrove per troppa materia non si consente. Fra’ quali accidiosi e iracundi operanti, d’alcuno nelle seguenti chiose per esempio degli altri si conta.

Tutti gridavano: a Filippo Argenti
Al fiorentino spirito bizzarro
In sè medesimo si mordea co’ denti

❡ Perchè di ciascuna qualità per più certezza la similitudine bisogna, però in questa e nell’altre d’alcuna si fa minzione, nelle quale qui un cavaliero fiorentino, nominato Messer Filippo Argenti degli Adimari si trova, il quale iracundissimamente vivendo si resse.

Lo buon maestro disse: Omai figliuolo
S’appressa la città ch’ha nome Dite
Con gravi cittadini e ’l grande stuolo