❡ Per queste tre furie, secondo i poeti, ira cupidità e voloptà in vizioso modo usate si considerano, si come ira in offensione, la quale usare si dee in familiaria correzione. ¶ Cupidità in avarizia la quale usare in necessario procuramento de’ bisogni si dee, e voloptà in lussuria la quale a fine di procreazione di figliuoli legittimamente si dee usare. Per le quali l’animo umano in ciò disposto in furia e in percussione permane, onde così figurativamente sono disposte qui per principio e chiamate, e secondo i pagani in forma di tre femmine co’ capegli serpentini, così s’appellano cioè, ira cupidità e voloptà nel sopradetto modo usate. Ma, secondo quello che nel presente libro si contiene, prendendo il soggetto delle dette parole, così è da considerare, che si come ciascuna qualità corporale e operazione, secondo i pagani, à per suo motore alcuna Idea, così le scellerate maliziose e bestiali operazioni hanno tre idee cioè Aletto, Tesifoni e Megera, per le cui interpetrazioni chiaramente s’intendono le tre qualità da cui generalmente ciascuno male si muove, cioè mal pensamento, dischiesto[18] parlare e malvagia e furibonda operazione delle quali Aletto [im]pausabile[19] cioè mal pensamento interpetrato s’intende. Thesifo dischiesto parlare e Megera iniqua e furibonda operazione. Le quali figurativamente sopra l’entrata della presente città si concedono, a significare il pianto e la difesa loro contra la correzione, e la propietà simigliante che nell’abito degli eretici si contiene, le quali, sì come per diverse immaginative e pensieri si conserveno, così figurativamente cinte di diversi serpenti, e specialmente il luogo determinato della memoria, figurano, a significare il trascorrere d’un pensiero in altro, che per lor si produce, che, simigliante al moto di serpenti, subito si concede e alla propietà di loro fredda e velenosa malizia.

E quei che ben cognobbe le meschine
Della reina dello eterno pianto
Mi disse: guarda le feroci Erine

❡ Secondo quello che per Ovidio e per gli altri poeti favoleggiando si tratta, la reina dello eterno pianto, la luna s’intende, riducendola nel nome di colei che Dite prese nell’isola di Cicilia cogliendo suoi fiori, la quale Proserpina si chiama. Onde così nominata, reina dello inferno s’intende, si come Dite, cioè Lucifero, Re; della quale ancille e principii di tutto suo seguito sono come nella sopradetta chiosa si conta. E riducendola negli altri suoi due nomi quando Luna si chiama in cielo si considera, e quando Diana in luoghi salvatichi e diserti si come in selve o boschi, idea si intende; per li quali tre detti suoi nomi in alcun luogo Trivia si chiama, le cui allegorie tra l’altre in loro essere si prendano.

Vegnia Medussa si ’l farenn di smalto
Dicevan tutte rimirando in giuso
Mal non vegniammo in Teseo l’assalto

❡ Medussa, secondo le favole d’Ovidio fu delle parti di ponente e figliuola d’alcuno nominato Forco e serocchia di Sten e di Euriale, la quale per sua bellezza Nettuno, Iddio del mare, esendone vago, carnalmente nel tempio di Pallade, idea di sapienza, a suo piacere la tenne. Del quale oltraggio non possendosi vendicare di Nettuno Pallade, perchè, come ella, era Idio, di Medusa cotal vendetta ne fece, che ciascuno suo capello per sua fattura in serpente divenne e che chi la vedea diventava di pietra. La cui allegoria chiaramente s’intende, che fallando nel mare, cioè nelle mondani operazioni contro al dovere di sapienza, sanza alcun senso di ragione si permane, si come pietra. La quale così nelle dette parti dimorando e guastando la gente che lei rimirava, alcun virtudioso delle parti d’oriente, nominato Persio, con alcuno suo ingegno di specchio per non vederla con gli occhi, tagliandole il capo, finalmente l’uccise. La cui testa così crinata, appiccandolasi di dietro a sua cintura, nelle parti d’oriente tornandosi addusse, chiamandola Gorgone, cioè appetito di peccato. Onde figurativamente le dette furie per paura di non essere corrette, ond’elle perdan posseditori per correzione d’alcuno virtudioso, così chiamandolo dicono incontro al presente autore, acciò che voglioso del peccato diventi, si che in ciò più non proceda, rinproverandosi per lui l’assalto che fece Teseo a’ vizij infernali, si come per ....., favoleggiando, si contiene, del qual non fecer vendetta, sì che altri non si fosse più messo in simigliante cammino. La cui storia in cotal modo permane.

Vid’io più di mille anime distrutte
Fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
Passava Stige colle piante asciutte

❡ Però che sanza la sperienza della mente nella qualità dell’effetto malizioso e bestiale, come in quel della incontinenza non si può entrare, qui figurativamente si pone che per lei la cittade presente, cioè qualità, al presente autore sia aperta. La quale vegniendo colla sinistra dinanzi al viso se fatica, a dimostrare che nella sinistra operazione al presente proceda, e che ciascuna anima le si fuga dinanzi, a dimostrare il naturale volere che in ciascuno la conoscenza in altrui delle sue mali operazioni. La quale propiamente messo di Dio si considera per la correzione che di lei si procede.

Che giova nelle fata dar di cozzo
Cerbero nostro, se ben si ricorda
Ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo?

❡ Per lo ricalcitrare che qui di diavoli si contiene, cioè degli affetti maliziosi alla beatitudine delle vertù, cioè dell’autore, il sopradetto messo celestiale contro a loro così ne ragiona, rammentando quello che per Teseo alcuna volta fu fatto loro, specialmente al demonio Cerbero, si come di sopra nella sua chiosa si conta.