Io t'aspettavo, fin dal giorno in cui
di fiorire m'accorsi all'improvviso,
primula in marzo. E venne uno, con viso
dolce. Ma io mi dissi: Non è lui.
Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia
m'apportarono gli anni. Anche l'amore.
Non te!... Qualcun ti assomigliò, che il cuore
aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia:
ed io mi persi a capofitto, giù,
col desiderio folle d'annientarmi
tra forti braccia che potean spezzarmi
come la creta.—Ma non eri tu.—
Così, polvere e cenere divenne
ciò ch'io toccai. Seccarono le polle.
Avvizzirono i tralci e le corolle,
e morte, in vita, in suo poter mi tenne.
Tu, nato troppo presto o troppo tardi,
per me creato ed a me occulto, solo
perch'io son sola, indifferente al volo
degli anni, se nel tuo deserto guardi!...
Tu, che m'avresti avuta come il mare
ha l'onda, uguale a te ma in te perduta,
e nel dominio avvolgitor veduta
a somiglianza tua trasfigurare!...
Non venisti, non vieni, non t'attendo
più. Domani morrò. La vita ha fretta,
non vedi?.... Appena schiusa, appena detta
una parola, fugge, impallidendo,
quasi colpita da terror....—Ma forse
di là, nell'ombra ove uno spirto tocca
l'altro in silenzio, io troverò la bocca
che solo in sogno la mia bocca morse.
[pg!179]
[PONTE DI LODI]
Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri
abbracciati dall'impeto del fiume
rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume
candide a fior dei vortici verdastri.
Come una volta ancor vorrei poggiarmi
alle tue sbarre, e riaver quel vento
in faccia; e mirar nuvole d'argento
specchiate in acqua, e d'esse sazïarmi.
Ma esser quella d'allora, con quel volto
e quell'anima, scarna adolescente
livida di superbia, impazïente
di vivere, con sensi aspri in ascolto:
e tutto innanzi a me: lo spumeggiante
fiume e la vita!...—Ma su via trascorsa
non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa:
altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.
E vado e vado. Finchè, un giorno.—Addio—
dirà l'anima al corpo. E sarà il fiume
natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume
d'astri, mi condurrà verso l'oblio.
[pg!181]
[L'INFERMO]
Della stanza d'esilio—che m'è schermo
al mondo e nel mio spasmo m'asserraglia—
dietro il muro sottile odo, ferraglia
rimossa, un tossir querulo d'infermo.
Chi è?... Non so. Ma soffre. E il suo lamento
di cencio umano ove la morte ringhia,
con nuove corde aspre di punte avvinghia
il mio bisogno eterno di tormento.
Vorrei, nè posso, consolar l'affanno
di quei bronchi inguaribili.—Di fianco
l'una all'altra, ma cieche; a fil d'un bianco
muro, ma estranee, due miserie stanno:
la mala bestia che t'asfissia in gola,
o ignoto, e il cancro che mi mangia il cuore.
Ma passeranno, sole, nell'orrore
del vuoto, senza dirsi una parola.
[pg!183]
[PASSIONE]
Due pupille più nere della notte,
cinte di bistro su rossetto e biacca,
mi chiedono, ammiccando con bislacca
beffa: «Salvation-Army, o Don Chisciotte?...»
Raschia con sega di sarcasmo il sazio
riso d'un glabro adolescente impuro:
—«Non amo, frate-femmina, lo scuro
saio. Santo Francesco, o Sant'Ignazio?...»
E il popolo in cravatta rossa:—A quando,
profeta, il paradiso che hai promesso
alla nostra miseria?...—E a me dappresso
corre per gioco, urlando, fischiettando.
Io guardo, fisso innanzi a me, fantasmi
che sola io vedo.—E affronto il mio supplizio.
L'amor che mi guidò, fatto cilizio,
mi si tramuta in voluttà di spasmi.
Camminare su filo di coltello,
bersaglio a crudeltà di bocche triste,
anche se il fragil corpo non resiste
bello è, se il sogno che tu insegui è bello.
Ma troppo ormai la sozza umana rete
sul mio respiro le sue maglie serra.
—Fuori il tuo cielo, figlia della terra,
se lo possiedi!...—Io sono stanca. Ho sete.
Dammi un po' d'acqua, o uomo, se pur t'abbia
io tutto dato di me stessa!...—Ed ecco:
all'implorante anelito del secco
labbro un sorso di fiele offre Barabba.